Entri in biblioteca, scendi al piano -1 e trovi un cerchio di mani, stoffe e fili color rubino. Il tempo rallenta. Il racconto passa da un punto all’altro, come un sussurro: è il tatreez che prende forma, e Melzo diventa una piccola mappa di storie cucite.
Il ricamo palestinese non è un hobby qualunque. È un lessico fatto di punti, geometrie e pazienza. È una lingua antica che ancora oggi parla chiaro. Quando prendi l’ago, senti che non stai solo decorando. Stai collegando memorie, gesti, luoghi.
Sabato 7 marzo, dalle 15:15 alle 18:00, il workshop di tatreez arriva alla Biblioteca Vittorio Sereni di Melzo. Si tiene al piano -1, in Via Agnese Pasta 43. Lo cura il Collettivo Carbush. L’annuncio non riporta altri dettagli pratici: anno, modalità d’iscrizione e materiali non sono indicati in modo pubblico al momento. Meglio contattare la biblioteca per conferma. È una nota semplice, ma importante.
Cos’è il tatreez, in parole semplici
Il tatreez è un punto croce su tela contata. Si lavora da destra a sinistra o viceversa, seguendo un disegno a griglia. I motivi ricorrenti hanno nomi evocativi: cipresso, colomba, stella, spighe. Tradizionalmente dominano il rosso scuro e il nero, con tocchi di verde o indaco. Gli studi tessili documentano come, tra XIX e XX secolo, molti abiti da cerimonia usassero questi schemi per raccontare provenienza e passaggi di vita. Le madri insegnavano alle figlie, senza manuali, ripetendo gesti. Oggi il tatreez vive anche nella diaspora, sulle borse, sui mantelli leggeri, su piccole pezze da indossare. È una pratica che unisce forma e identità.
In un laboratorio dal vivo succede qualcosa di semplice e raro. Vedi come il filo gira. Capisci come si “contano” i quadretti. Soprattutto impari a riconoscere il ritmo. Due ore e quarantacinque non sono molte, ma bastano per muovere i primi passi: impostare l’ago, fissare il filo, leggere un pattern base, gestire gli errori minimi senza disfare tutto. Di solito si parte con un piccolo segnalibro, una toppa, un motivo singolo. Se sei principiante, respira: il punto croce è amico quando lo prendi per mano.
Perché vale la pena sedersi in cerchio
C’è la tecnica, certo. Ma c’è anche un modo diverso di stare insieme. Il ricamo in gruppo crea attenzione reciproca. Qualcuno tiene la stoffa, qualcun altro consiglia la tensione del filo. Il tatreez, per sua natura, chiede lentezza. Ti costringe a misurare i gesti e a non saltare passaggi. È quasi meditazione: quadrato dopo quadrato, la mente si sgombra.
Sul piano culturale, il laboratorio offre contesto. Si parla di abiti, di villaggi, di come un motivo cambi da un’area all’altra. Non servono parole altisonanti. Bastano i dettagli che puoi toccare: la trama irregolare della stoffa, l’effetto del filo doppio, la differenza tra un rosso vermiglio e un bordeaux. Piccole cose, ma decisive per capire davvero.
Se hai già esperienza, puoi portare un tuo tessuto e provare a integrare un motivo tradizionale. Se inizi ora, meglio scegliere una tela a conteggio chiaro e un filo robusto. Non è specificato se i materiali siano forniti in sede. Anche per questo conviene informarsi prima.
La Biblioteca Vittorio Sereni è il luogo giusto: silenzio, luce morbida, scaffali a fare da cornice. Il Collettivo Carbush porta la guida e la cura. Tu metti il tuo tempo, che è la risorsa più preziosa.
Alla fine, resta un disegno cucito. Ma soprattutto resta un gesto. Un invito a portarti a casa un ritmo, non solo un oggetto. Chissà, magari quel piccolo motivo rosso e nero diventa l’inizio di una mappa personale. Da quale punto vorrai cominciare la tua storia?




