Nel cuore di Monza, tra passi lenti e voci che rimbalzano sotto i portici, un edificio antico si prepara a cambiare pelle. Non per moda, ma per accogliere tutti: un gesto concreto che trasforma la visita in un diritto e non in un privilegio.
Chi vive la città lo sa: l’Arengario di Monza, in Piazza Roma, è più di una cartolina. È un luogo di incontro. Ospita mostre, incontri, scatti al volo quando la luce pettina i mattoni. Ma non per tutti l’accesso è semplice. Le barriere architettoniche esistono e pesano. Lo vedi quando una persona in carrozzina si ferma davanti ai gradini. O quando un papà con il passeggino sceglie di rinunciare.
Il Comune di Monza ha deciso di affrontare il nodo. L’obiettivo è chiaro: garantire una piena accessibilità senza svuotare la memoria del luogo. Non è banale. Un edificio civico medievale chiede rispetto. Ogni intervento deve essere misurato. Deve essere reversibile. Deve dialogare con la pietra e con chi la abita oggi.
Per settimane si è discusso. Tecnici e amministratori hanno valutato soluzioni. In gioco c’è l’equilibrio tra tutela e uso pubblico. C’è anche un aspetto pratico: l’Arengario oggi ospita attività regolari. Serve una soluzione che migliori i flussi e riduca i rischi, dentro e fuori. Soprattutto lungo la facciata, dove la scala esterna, nata negli anni del “fare veloce”, segna ancora l’impianto storico.
I dettagli operativi arrivano adesso, insieme alla scelta progettuale. E segnano una svolta.
Il progetto comunale prevede un ascensore interno che collegherà i piani dell’edificio. È la chiave per un accesso paritario. Insieme, è prevista la rimozione della scala esterna realizzata negli anni Ottanta. La facciata tornerà più pulita. Le linee originarie saranno più leggibili. L’ingresso sarà ordinato e sicuro. L’intervento andrà sottoposto al parere della Soprintendenza. Su tempi e costi, al momento, non ci sono dati ufficiali pubblici: il Comune ha annunciato passaggi tecnici e confronto con il territorio, ma le cifre e il cronoprogramma non sono stati diffusi.
L’idea è semplice e forte. Portare dentro ciò che oggi ingombra fuori. Liberare la piazza. Rendere più scorrevoli i flussi di visitatori. Migliorare l’esperienza di chi ha esigenze specifiche: persone con disabilità motorie, famiglie, anziani. Un esempio concreto? Una mostra d’arte fotografica che oggi richiede aiuto per salire le scale domani potrà accogliere scolaresche miste, senza separazioni né percorsi “di serie B”.
Non è solo un cantiere. È un messaggio. Molti palazzi storici in Italia hanno integrato soluzioni discrete: ascensori nascosti, pedane reversibili, segnaletica tattile. La logica è la stessa: conservare e rendere fruibile. A Monza la scommessa tocca anche il centro storico, con una piazza vissuta da residenti, commercianti, turisti. Servirà una gestione attenta del cantiere per ridurre l’impatto su attività e passanti. Anche questo pesa nella qualità di un progetto pubblico.
C’è poi un valore civico. Un edificio simbolo che si apre a tutti racconta una città che riconosce la sua storia e la mette al servizio del presente. Senza enfasi. Con scelte chiare. Con la cura che merita un bene comune.
Ora la scena è questa: la facciata libera, una porta che si apre, un ascensore che sale in silenzio. E noi, sotto i portici, a chiederci che cosa rende davvero moderna una città. Forse non le forme nuove, ma i gesti che abbattono distanze. E a voi, quale dettaglio farà dire “qui mi sento previsto”?