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8 marzo 2021: Alfonsina Strada, una donna al Giro d’Italia

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Anno II della pandemia, 8 marzo, si celebra la Giornata internazionale della Donna. Le parole del nostro Presidente, Sergio Mattarella, questa mattina, hanno espresso gratitudine e apprezzamento per la Donna e il suo ruolo nella società così come nel modo del lavoro ma anche un lungo, necessario, riferimento al femminicidio e alla disparità, ancora forte.
Lo stesso Mattarella ha poi ricordato che la stessa pandemia ha penalizzato ancora di più le donne che, sempre più spesso, si trovano a dover scegliere tra accudire, figli o persone anziane, o lavorare.

La strada verso una condizione migliore è ancora lunga. Per rimanere in tema, allora, abbiamo scelto di raccontare una storia, quella di Alfonsina Morini, coniugata Strada, la prima donna a partecipare al Giro d’Italia nel 1924.

Alfonsina nasce il 16 marzo del 1891 a Castelfranco Emilia, allora insalubre campagna modenese, da una famiglia di braccianti agricoli.
Terza di dieci figli ai quali si aggiungono anche un paio di bambini ospitati dal locale orfanotrofio. All’epoca, infatti, questa forma di carità veniva premiata dal regime fascista con un sussidio. Vista la famiglia numerosa, poi in parte decimata dalle malattie, si trattava di un aiuto non da poco.
Narrano le cronache che la sua passione per le due ruote arrivò da un acquisto del padre: una bicicletta al limite della rottamazione acquistata dal medico del paese. È il 1901 e Alfonsina, presa confidenza con il mezzo, già si cimenta con le prime gare amatoriali, all’insaputa della famiglia, beninteso.
Che, puntualmente, scopre tutto ma capisce la passione della ragazza.
La mamma, però, le dà una specie di ultimatum che suona come: “se vuoi seguire la tua passione, prima ti sistemi – sinonimo di altri tempi per trovare marito – e poi vai via di casa”.

E qui entra in scena Luigi Strada, il meccanico milanese che Alfonsina sposa nell’ottobre del 1915 e con il quale si trasferisce a Milano. Come regalo di nozze, la giovane sposa chiede e ottiene una bicicletta da corsa e proprio il marito diventa il suo primo sostenitore oltre che allenatore.
Dopo diverse esperienze agonistiche che la vedono impegnata tra Torino e la Francia, nel 1917 Alfonsina decide di presentarsi nella redazione della Gazzetta, il quotidiano organizzatore, per l’iscrizione al Giro di Lombardia. Nessun regolamento glielo impedisce e la donna si ritrova a gareggiare con atleti professionisti tra i quali c’è un tale Costante Girardengo.
Il percorso della gara è lungo 204 chilometri e tocca Varese, Como, Lecco e Monza per poi concludersi a Milano. Alfonsina arriva ultima, tra coloro che erano riusciti a completare il tragitto, e si guadagna il soprannome di “regina della pedivella”.

I tempi, secondo lei, sono maturi per l’edizione del Giro del 1924 ma la sua partecipazione non è legata tanto allo spirito agonistico quanto alle necessità economiche di quel periodo. Poco prima di quell’anno, infatti, il marito viene ricoverato al manicomio di San Colombano al Lambro, dove resterà fino alla morte avvenuta venti anni dopo. Alfonsina, che lavora come sarta, non riesce a pagare le sue cure con il suo magro stipendio. La partecipazione al Giro serve allo scopo.
Emilio Colombo e Armando Cougnet, rispettivamente direttore e amministratore della Gazzetta dello Sport, le permettono di iscriversi ma il suo nome viene tenuto, volutamente, sotto silenzio. Allorchè diventa noto al pubblico degli appassionati e non, alla curiosità si affianca lo scherno, se non addirittura il disprezzo. Basta vedere lo scenario storico che fa da sfondo.
Anno II dell’Era Fascista con Mussolini nelle vesti dell’uomo forte e un machismo imperante e dilagante.

Alfonsina, però, va dritta per la sua strada e si guadagna, con i fatti, il rispetto prima della stampa e poi di altri ciclisti, primo tra tutti quel Girardengo di cui sopra.
Questo il pezzo che le dedica Silvio Zambaldi sulla Gazzetta:
“In sole due tappe la popolarità di questa donnina si è fatta più grande di quella di tutti i campioni assenti messi insieme. Lungo tutto il percorso della Genova-Firenze non si è sentito che chiedere: – C’è Alfonsina? Viene? Passa? Arriva? A mortificazione dei valorosi che si contendono la vittoria finale, è proprio così. È inutile, tira più un capello di donna che cento pedalate di Girardengo e di Brunero. […] D’altronde a quale scopo, per quale vanità sforzarsi d’arrivare un paio d’ore prima? Alfonsina non contende la palma a nessuno, vuole solo dimostrare che anche il sesso debole può compiere quello che compie il sesso forte. Che sia un’avanguardista del femminismo che dà prova della sua capacità di reclamare più forte il diritto al voto amministrativo e politico?”.

Per Alfonsina la vera sorpresa arriva al termine della terza tappa – quella da Firenze a Roma con i suoi 284,4 km – quando un ufficiale a cavallo, inviato da re Vittorio Emanuele III, le consegna un mazzo di rose e una busta contenente 5.000 lire. Altra tappa e altro premio nella Foggia-L’Aquila, al termine della quale Emilio Colombo le consegna una busta con 500 lire ricevute dai lettori della Gazzetta della Sport. Con la serenità di poter pagare l’ospedale all’amato marito, Alfonsina prosegue la gara.
Arrivata fuori tempo massimo in due occasioni, ci sarebbe la squalifica ma si decide diversamente. Potrà quindi proseguire ma non le saranno conteggiati i tempi ai fini della classifica finale.

Alfonsina affronta e supera la furia del meteo e gli incidenti alla sua bicicletta ma non si arrende e al giornalista del Guerin Sportivo racconta: ”Sono una donna, è vero. E può darsi che non sia molto estetica e graziosa una donna che corre in bicicletta. Vede come sono ridotta? Non sono mai stata bella; ora sono… un mostro. Ma che dovevo fare? La puttana? Ho un marito al manicomio che devo aiutare; ho una bimba al collegio che mi costa 10 lire al giorno. Ad Aquila avevo raggranellato 500 lire che spedii subito e che mi servirono per mettere a posto tante cose. Ho le gambe buone, i pubblici di tutta Italia (specie le donne e le madri) mi trattano con entusiasmo. Non sono pentita. Ho avuto delle amarezze, qualcuno mi ha schernita; ma io sono soddisfatta e so di avere fatto bene”.
Dei novanta ciclisti partiti da Milano all’inizio del Giro, completano la gara solo in trenta. Tra questi, c’è Alfonsina Morini Strada.

Gli anni successivi non le regalano altre soddisfazioni sportive, specie nel nostro paese. Così, sfruttando la fama, partecipa a diversi varietà sia in Italia sia all’estero, esibendo la proprie abilità anche al circo, pedalando sui rulli.
Rimasta vedova di Luigi Strada, si risposa nel 1950 con Carlo Messori, ex ciclista sessantanovenne con qualche successo prima della Grande guerra, con cui apre un negozio di biciclette con annessa officina in via Varesina 80, zona nord ovest di Milano. Lo terrà aperto fino alla scomparsa di Carlo avvenuta nel 1957.

Alfonsina 2
Nell’officina di via Varesina 80

Il 13 settembre 1959, dopo aver assistito alla gara ciclistica delle Tre Valli Varesine, Alfonsina muore per un infarto, all’età di 68 anni, dopo essere rientrata a Milano, mentre tentava di riavviare la sua moto Guzzi 500.
L’11 luglio 2017, la sua città di adozione, le ha dedicato una strada in zona Lorenteggio, vicino al confine con il comune di Corsico.

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