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Come si ritorna dall’Inferno?

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Nadia Murad

E’ stato presentato ieri sera al cinema Colosseo di Milano e sarà nelle sale italiane da domani il film documentario Sulle sue spalle, che racconta l’impegno da attivista per i diritti umani di Nadia Murad Basee Taha, la giovane donna yazida che il 10 dicembre riceverà ad Oslo il premio Nobel per la Pace.

Nadia è sopravvissuta al rapimento da parte delle milizie dell’ISIS e alla schiavitù sessuale alla quale era stata ridotta. La notte del 3 agosto 2014 il suo villaggio, Kocho, nella regione dell’Iraq abitata dalla minoranza non musulmana yazida, è stato attaccato e occupato dalle bande degli estremisti dell’ISIS. Dei 2000 abitanti circa 700 sono stati subito uccisi, soprattutto gli uomini adulti e le donne sopra i 45 anni. I bambini e le donne più giovani sono stati fatti schiavi: i bambini per essere indottrinati ed anche usati come kamikaze, le donne per la servitù sessuale e per essere vendute e scambiate con altre bande di miliziani.
Nadia ha perso 6 fratelli in quel massacro ed è stata portata a Mosul, nell’adiacente regione del Kurdistan, dove è stata picchiata, torturata e ripetutamente violentata. Solo per un caso è riuscita a fuggire, approfittando della dimenticanza del suo carceriere che non aveva chiuso a chiave l’appartamento nel quale veniva tenuta reclusa. Aiutata da una famiglia della zona, è riuscita a raggiungere prima il campo profughi di Duhok e poi la Germania.

In Europa ha iniziato una intensa attività di sensibilizzazione sul genocidio degli Yazidi da parte dell’ISIS, che ne aveva messo in atto lo sterminio in quanto miscredenti, dato che professano una religione antichissima, pre-cristiana, che affonda le sue origini nello zoroastrismo persiano. Gli Yazidi sono una piccolissima comunità, circa 500.000 persone, che da sempre abitano nella regione nord irachena della città di Sinjar. L’attacco brutale subito, le migliaia di morti, la fuga nei campi profughi con la conseguente diaspora in giro per il mondo, ne metteno a serio rischio l’esistenza in quanto comunità autonoma.

Con grande coraggio Nadia negli ultimi 3 anni ha portato la sua storia tragica e quella del suo popolo nei parlamenti di molti paesi, fino alle Nazioni Unite, rilasciato decine di interviste, raccontando ogni volta la sua terribile vicenda, le violenze subite, ma anche la volontà forte di chiedere al resto del mondo di fare giustizia. Nonostante le difficoltà di far considerare gli sparuti Yazidi come un popolo a tutti gli effetti, di far perseguire legalmente a livello internazionale i terroristi dell’ISIS, oltre alle numerose minacce di morte da loro ricevute, Nadia non si è persa d’animo, ha gestito il proprio devastante dolore e si è fatta carico di una intera comunità. Perché non fossero dimenticate la violenza e l’ingiustizia subite, perché il mondo sapesse e, soprattutto, agisse.

Nadia è stata all’Inferno, non c’è dubbio. Come lei altre 6700 donne yazide rapite, stuprate, torturate. La maggior parte di loro non è potuta tornare indietro, anche quando è sopravvissuta. Molte sono impazzite o si sono suicidate. Molte sono ancora prigioniere. Nadia è riuscita non solo a fuggire, è riuscita a tornare dall’Inferno. Ci è riuscita perché ha trovato la forza di donare tutto ciò che di lei restava, agli altri, ai suoi fratelli e sorelle yazidi, all’obiettivo di ottenere giustizia. Impegnandosi in un’attività senza sosta in tutto il mondo. Nadia è tornata dall’Inferno aiutando gli altri. Solo così ce l’ha fatta.

Il film Sulle sue spalle, della regista Alexandria Bombach, racconta l’impegno di Nadia e degli altri attivisti yazidi che con lei lavorano e la lenta presa di coscienza del mondo su quell’orrore in una guerra lontana. Il film è originale e semplice, come sono i grandi documentari, si concentra sul volto di Nadia, su quel viso sigillato dal dolore che si apre agli altri. Si apre perché non può fare altrimenti, perché non ha altra speranza, perché anela all’unica cosa che può restituire almeno un significato a tanto dolore: la giustizia.

Il ruolo di Nadia e della sua azione da attivista è tutta in una scena del documentario, durante una manifestazione di profughi yazidi a Berlino, quando lei travolta dall’emozione è addolorata, piange. L’uomo che l’accompagna, un altro attivista, l’abbraccia e le dice a proposito della folla di loro connazionale che li circondano: “Loro prendono la loro forza da te. Se tu piangi loro piangono. Se tu sei forte, loro sono forti.” Dopo quelle parole Nadia si ricompone, sale sul palco ed inizia, per l’ennesima volta, a parlare.

Film come questo mettono in secondo piano qualsiasi altra forma di cinema, anche i grandi capolavori dell’arte. Testimoniare ciò che non si può vedere, far conoscere quanto rimane nascosto, dare speranza e invitare all’azione, sono quanto di meglio il cinema possa fare. Non contano l’inquadratura o i dialoghi, quel che conta è solo accendere la cinepresa dove è necessario, nel luogo giusto, dove le cose accadono e dove la Storia avviene. Il cinema come impegno civile. Il resto è solo spettacolo. Per questo sarebbe importante andare a vederlo nei pochi giorni in cui sarà nelle (poche) sale. Per essere cittadini migliori e sentirsi più umani.
A Milano il film Sulle sue spalle è in programmazione da giovedì 6 dicembre nelle sale Anteo Spazio Cinema e CityLife Anteo.