Risate dietro le Quinte: La The Kitchen Company porta in scena un classico del teatro comico

Una compagnia si prepara allo spettacolo, ma il vero spettacolo è quello che nessuno dovrebbe vedere: passi affrettati, sussurri, oggetti che spariscono, porte che non si chiudono. È lì, nel caos lucido del dietro le quinte, che scoppia la risata più sincera.

La The Kitchen Company porta in scena un classico del teatro comico firmato da Michael Frayn, con la regia di Massimo Chiesa. Una commedia che spinge la risata dove nasce davvero: nel dietro le quinte, quando i nervi si tendono e il talento si misura al millimetro. Il testo è un campione d’incassi internazionale. Un titolo amato perché ci mostra la fragilità umana mentre punta dritto alla precisione del meccanismo teatrale.

Funziona così: si parte con un ordine apparente. Poi, un dettaglio si sposta. Un piatto di sardine non è al suo posto, un telefono squilla fuori tempo, una marca salta, una gelosia privata invade la scena. E da lì, a effetto domino, gli equivoci si moltiplicano. Il pubblico ride, ma riconosce qualcosa di familiare: quella corsa a tappare buchi che è, spesso, la vita. Qui l’attrezzeria diventa personaggio, le gag si accendono come micce, il palcoscenico è una scatola a scatto.

Perché il dietro le quinte fa ridere così

C’è una ragione semplice. Il teatro vive di controllo, ma il controllo è una finzione. Questo classico lo dimostra: la precisione dei tempi comici richiede prove spietate, concentrazione assoluta, ascolto reciproco. La The Kitchen Company si prende la responsabilità di un congegno noto per la sua “meccanica d’orologio”. Non basta l’istinto. Servono entrate centrate al secondo, oggetti di scena sempre uguali, passi contati. Se qualcosa sgarra, il gioco non cade: rilancia. Ed è lì che scocca la risata liberatoria.

Il cast è numeroso e, in questo repertorio, la coralità è tutto: Fabrizio Careddu, Lidia Castella, Caterina Cottafavi, Daria D’Aloia, Mauro D’Amico, Fabio Facchini, Lorenzo Tolusso, Susanna Valtucci, Marco Zanutto. Nomi diversi, un obiettivo unico: tenere il ritmo come una band che non può permettersi una nota sbagliata. I personaggi si rincorrono, si ostacolano, si salvano. L’energia passa di mano in mano. Quando la platea ride “in sincrono”, significa che la macchina è accesa.

La mano del regista e la gioia del pubblico

La direzione di Massimo Chiesa punta su chiarezza e accensione emotiva: battute pulite, traiettorie nitide, conflitti leggibili anche da lontano. Il bello di una commedia così sta nella trasparenza del gioco. Capisci chi vuole cosa, e proprio per questo godi quando il desiderio si inceppa. È un teatro popolare nel senso più alto: accessibile, fisico, condiviso. Si esce con la sensazione che un gruppo di sconosciuti abbia riso insieme della stessa cosa, nello stesso istante.

Informazioni pratiche su calendario e biglietti non sono indicate nel materiale ricevuto. Per orari, città e disponibilità, la produzione comunicherà aggiornamenti. È un dettaglio utile, perché questo tipo di spettacolo vive anche del luogo: sale medie, palchi “abitati”, pubblico vicino agli attori. Lì le gag respirano, gli equivoci scaldano, la commedia prende corpo.

C’è un’immagine che resta: una porta che non si chiude e qualcuno che insiste a provarci. Quante volte, fuori dal teatro, ci siamo trovati così? Forse è per questo che ridiamo tanto. Perché in quel gran caos organizzato c’è il nostro desiderio testardo di far funzionare le cose, anche quando girano al contrario. E a voi, quale porta continua a ballare sui cardini, proprio quando serve il silenzio?

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