Un re ammaliato da una voce, due sorelle che sfidano il tempo, una pelle che cambia destino: con La scortecata, Emma Dante riapre la fiaba e la getta nella luce obliqua del presente, tra riso, crudeltà e stupore.
Dopo l’applauditissimo Extra Moenia, arrivato in esclusiva regionale a Rho due mesi fa, Emma Dante torna in scena con La scortecata. Il nuovo lavoro nasce “liberamente tratto” da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile e tiene insieme due fuochi: la tradizione popolare e una contemporaneità spigolosa, capace di parlare chiaro. In scena, Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola guidano una storia di desiderio, inganno e metamorfosi con ritmo preciso e ironia affilata. È un teatro che guarda negli occhi lo spettatore. E non ammicca mai.
Dalla fiaba seicentesca al palcoscenico di oggi
Basile pubblica il suo capolavoro postumo tra il 1634 e il 1636. Cinquanta fiabe in cinque giornate, in lingua napoletana, conosciute come Pentamerone. Dentro c’è La vecchia scorticata, fiaba cruda e grottesca: una voce seduce un re, una menzogna apre la porta del palazzo, la pelle diventa destino. Non è un racconto per anime fragili. È uno specchio. E Dante lo lucida senza sconti.
Qui la regia costruisce un teatro visionario con pochissimi elementi. Niente orpelli, zero zucchero. Conta il corpo, contano le voci, conta il passo degli attori sul legno. Quando il mito tocca il presente, il linguaggio si fa nitido. Il dialetto affiora, ma la battuta resta comprensibile anche a chi non ha dimestichezza con i suoni antichi: è la forza di una drammaturgia che trasforma la materia popolare in gesto scenico. E quando arriva la risata, graffia. Non consola.
Coprodotto con il Festival di Spoleto e il Teatro Biondo di Palermo, lo spettacolo porta con sé una filiera autorevole e una cura visibile. Il Festival dei Due Mondi è una delle piattaforme storiche del teatro italiano; il Biondo è un presidio attivo sulla scena nazionale. Sono dati che danno solidità al progetto e lo mettono in viaggio. Il resto lo fa la sala: e il legame con il pubblico rhodense, già rinsaldato, qui promette scintille.
Due attori, cento voci: il gioco teatrale
D’Onofrio e Maringola sono due uomini che interpretano due donne anziane. Non è travestitismo di maniera. È un meccanismo poetico che scardina lo sguardo. Cambiano registro in un respiro. Una mano diventa ago, una spalla si fa finestra, una pausa spalanca un cortile. Senza effetti speciali, nascono una reggia, una via, un letto nuziale. La fiaba prende corpo sotto gli occhi di tutti, e il teatro ricorda la sua ragione: credere insieme.
Il tema resta un nervo scoperto: cosa siamo disposti a fare per essere visti? La pelle tirata, la voce addolcita, la verità piegata. Qui la metamorfosi non è solo magia. È pressione sociale, è specchio digitale, è filtro che promette giovinezza. E quando la promessa si rovescia, la scena non distoglie lo sguardo. Lì il racconto diventa essenziale, quasi chirurgico.
Ci sono momenti di puro gioco, certo. Una rima che scatta, un passo a due che strappa l’applauso, un’ombra che scivola sul fondale. Ma l’ago resta infilato nella stoffa del presente. Esci e ti accorgi che la fiaba non ti ha raccontato un’epoca lontana. Ti ha guardato allo specchio.
Allora la domanda resta sospesa nell’aria, come una tenda mossa dal passaggio: quanta parte della nostra pelle è davvero nostra, e quanta la offriamo al desiderio degli altri?




