La Marina USA punta sui Laser: il Progetto Golden Fleet e le Nuove Navi Trump

Una scena notturna in mare aperto: un fascio invisibile taglia l’aria umida, un drone si spegne senza rumore. La US Navy scommette su questo silenzio: laser, nuova energia e una flotta che cambia pelle tra promesse, piani ambiziosi e qualche ombra da chiarire.

Perché i laser cambiano il gioco

Un laser navale non fa spettacolo. Non ha fiamme. Non lascia scie. Colpisce alla velocità della luce. Costa poco a colpo. E ricarica finché la nave ha energia. È l’opposto del missile: niente magazzini da riempire, poca logistica, grande prontezza. La difesa a energia diretta serve contro droni, barchini veloci, sensori ostili. È un ombrello vicino, sempre acceso.

Negli ultimi anni la Marina USA ha fatto passi concreti. Nel 2020 la nave d’assalto anfibio USS Portland ha testato il dimostratore LWSD da circa 150 kW contro un drone in volo. Sui cacciatorpediniere sono arrivati ODIN, un abbagliatore ottico contro UAV, e poi HELIOS, un laser a media potenza integrato con i sensori. Nel 2022 HELIOS è salito a bordo del cacciatorpediniere USS Preble per prove operative. È tecnologia reale, non un trailer di fantascienza.

Il nodo è l’energia. Un Arleigh Burke Flight III ha più margine elettrico e un radar potente. La nuova fregata FFG-62 Constellation è progettata con crescita futura, anche per armi a energia. Le navi “full electric” di domani, come il programma DDG(X), nascono proprio pensando a laser da 300 kW e oltre. È qui che la scelta strategica si vede: prima l’infrastruttura, poi l’arma.

“Golden Fleet” e le “nuove navi Trump”: cosa c’è e cosa no

Sul cosiddetto Progetto Golden Fleet non esistono atti ufficiali della Marina o del Pentagono con quel nome. L’etichetta circola in ambienti politici e mediatici come slogan per una flotta “d’oro”, più letale e tecnologica. Se indica un pacchetto formale, oggi non abbiamo conferme pubbliche. Se invece è un modo per raccontare la priorità ai sistemi avanzati, allora intercetta un trend reale: laser, guerra elettronica, droni imbarcati.

E le “nuove navi Trump”? Durante l’amministrazione Trump la spesa per la difesa è cresciuta e la US Navy ha spinto su contratti e cantieri. Nel 2020 è arrivata l’aggiudicazione della classe Constellation a Marinette. I Burke Flight III sono andati avanti, con la spinta verso la soglia “355 navi”. Chiamarle “navi Trump” è una scorciatoia politica: i programmi navali attraversano più amministrazioni. Ma è vero che in quegli anni si è accelerato su scafi con più potenza di bordo, condizione chiave per i laser.

Qui sta il punto: la svolta non è l’annuncio, è l’integrazione. Un sistema come HELIOS dialoga con il radar, con i sensori elettro‑ottici e con i software di tiro. Il costo per colpo scende sotto l’ordine dei dollari. Le limitazioni restano: foschia, pioggia, spruzzi riducono l’efficacia; i bersagli robusti richiedono potenze più alte e ingaggi più lunghi. Per questo la Marina parla di “difesa stratificata”: laser contro minacce leggere e vicine, missili e cannoni per il resto.

Immaginate il Mar Rosso di oggi, saturo di droni e minacce improvvise. Nessuno conferma impieghi operativi dei laser in quelle acque, ma la loro utilità è evidente: tenere a bada lo sciame, preservare i missili per ciò che davvero conta. È una forma di igiene del combattimento, invisibile e decisiva.

Io, quando penso alla “Golden Fleet”, non vedo vernice dorata. Vedo cavi, generatori, software che si parlano. Vedo il momento in cui la difesa smette di fare rumore. Siamo pronti, come opinione pubblica, ad affidarci a un bagliore che non si vede? O continueremo a fidarci solo di ciò che fa rumore mentre vola via?

Gestione cookie