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Sentieri di Celluloide : Susanna tutta panna

Sentieri di Celluloide

– Milano nel cinema –

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“SUSANNA TUTTA PANNA”

“Vorrei tanto scrivere dei diari, ma la giornata è così corta che non ho mai il tempo”.

( Steno )

“Papà faceva il regista senza darsi importanza, come se fosse un impiegato. Usciva in giacca e cravatta e tornava a casa in tempo per insegnare a noi bambini la musica, la letteratura. Frequentava la gente di cinema, ma perché erano amici, non per autocompiacersi di stare in quel mondo. Mio padre Steno era un intellettuale che non se la tirava”.

( Enrico Vanzina )

Agli inizi degli anni cinquanta, il neorealismo, che fu specchio di una realtà, quella dell’Italia del dopoguerra, andò inesorabilmente perdendo di vigore, in conseguenza del normalizzarsi della situazione del paese. Il genere conobbe una crisi che portò al suo esaurimento e alla involuzione cinematografica verso temi meno crudi e drammatici che venne identificato con la definizione: “Neorealismo rosa“.

L’influsso di questo emergente linguaggio cinematografico diede origine a una serie di film ottimistici che condurranno il pubblico fuori dalle macerie del conflitto bellico, vedendo protagoniste quelle attrici che, negli anni seguenti, sarebbero diventate le “Grandi” attrici del cinema italiano, simbolo di un “Divismo casereccio“, lontano dallo stile hollywoodiano, animato da formose ragazze, la maggioranza di origine popolare.

Nasce Il divismo delle maggiorate fisiche, definizione coniata da Vittorio De Sica, nell’episodio: “Il processo di Frine“, nel film “Altri Tempi-Zibaldone n 1“, diretto da Alessandro Blasetti, dove De Sica, nel ruolo dell’avvocato difensore di una popolana, interpretata da Gina Lollobrigida, accusata di aver tentato di avvelenare il marito e la suocera, rivolgendosi alla corte disse: “Questa maggiorata fisica…“, in contrapposizione alla locuzione di minorata psichica. Nel 1952, in occasione della Mostra Internazionale d’arte Cinematografica, al Lido di Venezia sfilano i nuovi volti femminili del cinema italiano, Sophia Loren, Silvana Mangano, Silvana Pampanini, Eleonora Rossi Drago, Gina Lollobrigida, tra loro fece capolino una bella e sorridente ragazza di Torino con un viso tutto “Acqua e sapone”, ma soprattutto con un corpo perfetto, si chiamava Marisa Allasio.

Con quella passerella Marisa cominciò il suo percorso come attrice, diventando la protagonista di una delle commedie più famose dell’epoca, “Poveri ma belli“, diretta da Dino Risi. Il suo personaggio conquistò il pubblico, la sua immagine si trasformò nel sogno erotico di milioni di italiani, il nostro cinema aveva scoperto la sua Brigitte Bardot, ma priva della malizia che accompagnava la diva francese e irriducibile negli schemi del perbenismo piccolo-borghese di quegli anni.

Solare, divertente e mai volgare nella sua breve carriera ha sempre replicato il ruolo di bella ragazza, tutte curve, che attira gli sguardi maschili, possedendo saldi principi morali e un’insospettabile dose di ingenuità nei rapporti con gli uomini.

Dal 1956 al 1958 interpreta 9 film, tra i quali “Susanna tutta panna”, diretto nel 1957, da Steno, all’anagrafe Stefano Vanzina, padre dei fratelli Carlo e Enrico Vanzina, maestro nel raccontare storie autenticamente popolari.

Marisa Allasio, stellina del “Neorealismo rosa”, al culmine della popolarità e della bellezza diventa una principessa, come in genere accade soltanto nelle favole e nei film. Il 10 novembre 1958, abbandonò definitivamente il cinema, sposando il conte Pier Francesco Calvi di Bergolo, figlio della Principessa Iolanda Margherita di Savoia, con il quale andrà ad abitare nel castello di Pomaro Monferrato, in Piemonte.

Susanna è una giovane e attraente pasticcera milanese che lavora nel laboratorio di dolci della sua famiglia, che deve difendersi dalla concorrenza di altri pasticceri alla continua ricerca di conoscere la preziosa ricetta della rinomata torta alla panna che porta il suo stesso nome “Susanna tutta panna”.

Per una serie di divertenti equivoci la ricetta scritta da Susanna finisce all’interno di una torta destinata come regalo al geloso fidanzato, ma il dolce per errore viene messo tra quelli destinati alla consegna dei clienti. Inizia così una rocambolesca caccia alla torta con la ricetta che si concluderà con un lieto fine.

La pasticceria di Susanna si rifà alla più celebre e famosa “Pasticceria Giovanni Galli” fondata nel 1911, che vede le invitanti vetrine affacciarsi in via Victor Hugo, nel pieno centro di Milano.  Tra i clienti abituali anche il regista milanese Luchino Visconti, che colpito dalla fresca bellezza della giovane commessa al banco dei pasticcini, la sollecita ad intraprendere la carriera cinematografica, lei era Lucia bosè.

La commedia di Steno, dopo i titoli di testa, sulle note della canzone “Susanna tutta panna”, cantata dal Quartetto Cetra, si apre con una Milano notturna in cui spicca Piazza del Duomo, illuminata dalle numerose e gigantesche insegne pubblicitarie al neon, testimonianza di una frenetica corsa al consumismo negli anni del boom economico.

La sequenza della corsa in taxi, la si può considerare un documento storico legato alla città di milano, nell’ultimo utilizzo della Fiat 600 Multipla taxi, bicolore verde e nera il taxista di turno, interpretato dal simpatico caratterista Giacomo Furia, partendo da Piazza del duomo, percorrendo via Dante, Piazza Castello e Foro Bonaparte, è continuamente distratto nella guida osservando, dallo specchietto retrovisore, Susanna che si cambia d’abito mettendo in evidenza un corpo da capogiro.

La caccia alla ricetta della torta si concluderà sull’ Alzaia Naviglio grande. Steno tornerà a girare a Milano raccontando una pungente satira tra padroni e operai in : “Il padrone e l’operaio“, con protagonisti Renato Pozzetto e Teo Teocoli.

Ma questa è un’altra storia…

“A ben Arrivederci”

Joe Denti