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Indagini sul rogo di Capodanno a Crans-Montana: Interrogato il capo dei Vigili del Fuoco, David Vocat

Crans-Montana si è svegliata dopo il Capodanno con più domande che brindisi. A Sion le aule d’ascolto si riempiono, i taccuini pure. Attorno al locale Le Constellation gira una storia di carte, memorie e piccole crepe: un fuoco che ha lasciato tracce visibili e invisibili, e una comunità che vuole capire chi doveva vedere, chi doveva fare, chi non ha fatto abbastanza.

Il cuore delle indagini batte regolare. Gli inquirenti lavorano a Sion. Oggi ascoltano David Vocat, comandante dei Vigili del Fuoco del Comune di Crans-Montana, come “persona informata sui fatti”. La formula è tecnica ma chiara: non è un imputato, è qualcuno che può aiutare a ricostruire. Il proprietario del bar, Jacques Moretti, sostiene che Vocat fosse presente al controllo delle misure di sicurezza e di prevenzione incendi del gennaio 2018. Questo passaggio pesa: quando si parla di prevenzione, si parla di carte firmate, piani di evacuazione, porte che devono aprirsi, estintori che devono funzionare.

In Svizzera, gli standard dell’AEAI (Associazione degli istituti cantonali di assicurazione antincendio) fissano regole precise per locali aperti al pubblico. Si controllano uscite, segnaletica, impianti, carico di incendio. Non è burocrazia, è vita pratica: un neon che si spegne al momento sbagliato può confondere, una barra antipanico difettosa può bloccare. Un controllo del 2018 non dice tutto sul 2024, ma apre domande. Chi verificava? Con quale periodicità? Con quali esiti?

Cosa cercano gli inquirenti

La procura incrocia verbali, perizie e manutenzioni. Si guarda ai cablaggi, ai quadri, ai materiali di arredo. Si valuta la catena delle responsabilità: proprietari, gestori, tecnici, autorità. Il Codice di procedura penale svizzero prevede audizioni come quella di Vocat proprio per allargare l’angolo visuale. Al momento non esiste una ricostruzione ufficiale delle cause del rogo di Capodanno al Le Constellation. Di fronte all’assenza di dati certi, ogni ipotesi resta tale. È onesto dirlo, è utile ricordarlo.

Chi è passato davanti al locale, in questi giorni, racconta l’odore di fuliggine che si attacca al freddo e alle sciarpe. Piccole cose che restano addosso. Dentro gli atti, invece, restano o dovrebbero restare le tracce dure: verbali, fotografie, timbri. È lì che si misura la solidità di un’inchiesta.

Ed è qui che spunta la frizione più delicata.

Secondo quanto trapela, c’è un vuoto nelle carte. La cauzione versata da Jessica Moretti non si troverebbe più nell’incartamento. L’informazione circola, ma non risulta ancora un comunicato ufficiale che la confermi. Se il buco fosse reale, sarebbe grave: una cauzione ha numeri, date, protocolli. Le parti civili protestano e chiedono un nuovo arresto. Il calendario, intanto, corre: ad aprile scadono le misure cautelari. Questo significa che il giudice dovrà scegliere se prorogare, modificare o lasciare decadere obblighi come il divieto di espatrio o l’obbligo di firma. Ogni decisione pesa su due piatti: diritti della difesa e tutela delle vittime.

Cauzione scomparsa e tempi stretti

La trasparenza, ora, non è uno slogan. È metodo. Se una cauzione manca, si spiega come è stata tracciata. Se c’è, si mostra dove si trova. La fiducia pubblica si costruisce così: con protocolli che reggono anche quando il vento soffia contro. È la differenza tra un’uscita di sicurezza che apre e una che si incastra.

Intorno, la vita continua. A Crans-Montana il bianco delle piste fa contrasto con il nero della cronaca. Chi lavora nei locali rilegge i propri piani di evacuazione. Chi entra, guarda istintivamente le frecce verdi. Sono gesti semplici, ma raccontano un apprendimento collettivo. La sicurezza non è spettacolo, è abitudine.

Resta una domanda, a bassa voce: quando la verità arriverà, farà rumore o scenderà silenziosa, come neve di tardo inverno su Sion? In ogni caso, dovrà essere chiara, verificabile, comprensibile a chi quella notte ha brindato e oggi aspetta risposte. Perché le indagini finiscono nei fascicoli, ma la fiducia – quella sì – finisce nelle mani di tutti.