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Giorno del Ricordo a Bettolino: Sindaco e Amministrazione rendono omaggio con una corona d’alloro

Una mattina d’inverno. Una piazza di quartiere. A Bettolino la comunità si ritrova e fa spazio al silenzio: un gesto semplice, necessario, per dare voce alla memoria.

Bettolino è una frazione che ti accoglie senza rumore. Case basse, vie regolari, la vita che scorre pratica. Qui, nel Comune di Mediglia, la memoria non è un concetto astratto: è un appuntamento con il presente. Il Giorno del Ricordo cade ogni 10 febbraio, per legge dal 2004. Non è una ricorrenza da calendario: è una domanda che bussa. Cosa scegliamo di ricordare, e come?

La storia è esigente. Le foibe e l’esodo giuliano-dalmata appartengono a una pagina dura del Novecento italiano. Le stime sugli esuli oscillano tra 250 e 350 mila persone; i numeri delle vittime variano e gli studiosi invitano alla prudenza. Ciò che non vacilla è l’obbligo civile: riconoscere il dolore, farne memoria pubblica, non usarlo come clava.

In questo quadro si inserisce Bettolino. Una piazza che si chiama, non a caso, Piazza Martiri delle Foibe. Un nome come un promemoria quotidiano. Chi passa qui, ogni giorno, lo legge al volo; il 10 febbraio si ferma.

A metà mattina, la comunità ha avuto il suo momento di verità. Il sindaco e l’amministrazione comunale si sono presentati in piazza con sobrietà. Hanno deposto una corona d’alloro ai piedi della targa. Silenzio, tricolore, il tempo necessario per una preghiera laica. Nessun effetto speciale. Solo il gesto. È il cuore della cerimonia: il segno che una città, anche piccola, si prende cura del proprio passato. Non sono stati diffusi dati ufficiali su presenze e rappresentanze; la scelta è apparsa volutamente essenziale.

Un gesto, però, non basta da solo. Serve cornice. La legge istitutiva del Giorno del Ricordo chiede scuole, archivi, biblioteche in sinergia. In Lombardia molti istituti dedicano lezioni e letture al tema, e non da ieri: è una prassi cresciuta negli anni. Qui a Mediglia, l’auspicio è che la piazza dialoghi con le aule e con le famiglie, perché la memoria diventi anche linguaggio, confronto, alfabeti comuni.

Perché il Giorno del Ricordo parla anche alle piazze di provincia

Perché è nei luoghi ordinari che la storia prende corpo. Le grandi città hanno cerimonie dense. Ma sono i comuni come Bettolino a dare costanza ai riti civili. Qui il nome di una via non è scenografia: è un invito a fermarsi un minuto in più. Le cronache locali ricordano che ogni anno, nel territorio metropolitano di Milano, si svolgono deposizioni di corone e minuti di silenzio. È un tessuto diffuso che tiene insieme le comunità. E la sobrietà, quando è sincera, vale più di cento discorsi.

Memoria civile e scuole: cosa resta dopo la cerimonia

Restano le domande da riportare a casa. Chi erano quelle persone? Perché partirono? Cosa significa “esilio” detto piano, senza slogan? Un consiglio semplice per chi vuole approfondire: cercare i diari familiari, le fotografie, le mappe delle partenze dall’Istria e da Fiume, le storie di chi arrivò nelle nostre regioni, nei campi profughi allora attivi. Sono tasselli verificabili, vicini, che trasformano il tema da “lontano” a “nostro”.

L’immagine finale è questa: una corona d’alloro che scurisce sotto il freddo, una targa che riflette il cielo di febbraio, qualcuno che stringe il cappotto e resta un minuto in più. Non per chiudere la pagina, ma per riaprirla domani. Quando ripasseremo da piazza Martiri delle Foibe, cosa vedremo per primi: il nome sul marmo o le persone dietro quel nome?