Tra transenne immobili e saracinesche che si alzano a fatica, la promessa della nuova metrotranvia tra Milano e Seregno sembra svanire nella polvere dei lavori fermi. È qui, lungo i viali di Bresso, Desio e Nova Milanese, che il tempo sospeso pesa soprattutto sulle cassiere vuote e sui giorni che non tornano.
Al mattino, i viali sembrano lunghi più del solito. Le auto rallentano davanti ai nastri, i pedoni cercano varchi, i titolari alzano la serranda e fanno i conti con la giornata. Da mesi la Metrotranvia Milano‑Seregno è un progetto a metà: insegne nuove accanto a buche vecchie, deviazioni disegnate e poi cancellate, abitudini stravolte. Nessuno chiede miracoli, ma almeno una direzione.
Qui arriva la voce netta di Confcommercio Alta Brianza. A febbraio 2026 l’associazione lancia l’allarme: cantieri paralizzati, prospettive nebulose, oltre 200 imprese in crisi tra Bresso, Desio e Nova Milanese. Non sono numeri buttati lì: dietro ci sono bar che hanno perso i flussi del mattino, parrucchieri con appuntamenti saltati per mancanza di parcheggi, piccoli negozi di quartiere che resistono con incassi ridotti. Sulle percentuali di calo non ci sono dati ufficiali aggregati e verificabili; l’unica certezza è l’assenza di un calendario credibile. E quando il tempo non è misurabile, l’attesa diventa un costo.
La richiesta chiave è semplice e concreta: un cronoprogramma pubblico e realistico, aggiornato mese per mese, con responsabilità chiare. Senza, tutto si riduce a voci di corridoio. Non ci sono date certe di ripresa dei lavori fermi: le amministrazioni coinvolte non hanno pubblicato, al momento, un avanzamento dettagliato e certificato. È un vuoto che fa rumore.
Cosa chiede Confcommercio, cosa serve ai negozi
Le richieste non sono eccezioni, sono buone pratiche: segnaletica pedonale chiara per raggiungere le vetrine, stalli di sosta rapida vicino agli ingressi, passaggi sicuri per le consegne. E poi misure economiche temporanee per le imprese locali danneggiate: riduzioni di imposte e tariffe, indennizzi calibrati sul calo documentato, campagne di comunicazione per riportare clientela. In casi simili, altrove ha funzionato. Qui, manca ancora un pacchetto formalizzato e finanziato; non risultano impegni scritti e operativi a breve termine.
Tra transenne e vetrine vuote: la vita quotidiana
Un esempio concreto: il panificio di quartiere che vive di passaggio e scuola. Se il marciapiede è chiuso e il percorso alternativo è tortuoso, due clienti su dieci rinunciano. La ferramenta all’angolo lavora con fattorini che non trovano varchi e allungano i giri. Il bar sotto casa perde i pendolari di un’intera corsia soppressa. Le storie cambiano indirizzo, ma la trama è la stessa: meno visibilità, meno incassi, più ansia. La viabilità provvisoria, quando resta per mesi, non è più “provvisoria”: diventa un ecosistema fragile.
La Metrotranvia Milano‑Seregno rimane un’infrastruttura necessaria: riduce traffico, collega distretti del lavoro, alza la qualità dell’aria. Ma una grande opera è anche il modo in cui la realizzi. Senza rispetto del tempo economico dei commercianti, l’opera perde consenso e senso.
Alla fine, la domanda è semplice e scomoda: si può costruire il futuro senza mettere in stand‑by il presente? Forse la risposta sta in una scena che ancora non vediamo: transenne che si spostano davvero, cartelli con date credibili, clienti che tornano a fermarsi dove oggi tirano dritto. E un cantiere che torna a essere promessa, non confine.




