Una sera in cui i libri respirano forte e le voci dell’Europa centrale si parlano da stanza a stanza: alla Biblioteca di Rho Villa Burba parte un viaggio letterario tra solitudini, memorie e identità in movimento. Un percorso per chi ama ascoltare il silenzio tra le righe e portarselo a casa.
C’è un filo che tiene insieme queste pagine. È fatto di solitudini che non cercano pietà, di memorie che non chiedono assoluzione, di domande universali che restano aperte. Lo ritrovi in Ágota Kristóf, che da esule scrive in francese e scolpisce frasi come lame. Lo riconosci in Magda Szabó, che con La porta (1987) illumina il legame tra due donne e lo fa diventare una mappa morale. Lo senti bruciare con Sándor Márai, voce ungherese dell’esilio, quando la dignità pesa più della verità. E poi arrivano Esther Kinsky, capace di trasformare il paesaggio in destino, e Thomas Bernhard, che con il suo ritmo ossessivo smonta certezze e pretese. È un coro dissonante ma necessario.
Questo itinerario di lettura non punta solo a “capire i libri”. Invita a stare nei libri. A restare su una scena fino a che qualcosa cambia. A volte è un dettaglio concreto che fa scattare il presente: la chiave lasciata su un tavolo, una finestra aperta su un fiume, una voce che si incrina.
Un atlante di voci, dalla Mitteleuropa all’oggi
Ci muoviamo tra storie che hanno attraversato confini reali. Kristóf porta in pagina il trauma dello sradicamento con una scrittura essenziale. Szabó indaga la fiducia, che è sempre un rischio. Márai mette in scena l’attesa, la prova del fuoco. Kinsky, premiata alla Fiera del Libro di Lipsia nel 2018, mostra come lo sguardo trasformi i luoghi in biografie. Bernhard ci costringe a reggere lo specchio. E infine Peter Handke, Nobel 2019, che alla memoria chiede rigore, non complicità.
Se queste opere suonano ancora oggi è perché parlano di responsabilità personale. Idee chiare, conflitti netti, identità mai scontate. In biblioteca — con luci non troppo forti, sedie allineate, quaderni aperti — questo dialogo avviene a bassa voce. Eppure incide.
Focus: “La seconda spada” di Peter Handke
Mercoledì 13 maggio 2026 tocca a “La seconda spada”. Il protagonista parte per una spedizione vendicativa postuma. Vuole riparare un torto: una giornalista avrebbe calunniato la madre, dipingendola come simpatizzante del Terzo Reich. Si tratta di un piano o di un impulso? La domanda resta. Handke mette il lettore accanto all’io narrante, mentre cammina e misura i passi. Gli scambi con possibili complici hanno un ritmo ambiguo: parodia di un noir, gioco di specchi, o etica allo stato puro?
Qui la memoria non è un museo. È un campo minato. L’autore, che aveva già raccontato la madre in “Infelicità senza desideri”, torna a chiedere: cosa resta quando le parole pubbliche feriscono in privato? E quanto vale una riparazione tardiva? Non c’è dato univoco che sciolga il nodo. È parte del progetto: lasciare il giudizio a chi legge, chiamato non come giuria ma come amico che ascolta fino in fondo.
Durante l’incontro alla Villa Burba, il confronto toccherà anche il ruolo dei media. Chi scrive di altri ha una responsabilità che non si esaurisce nel diritto di cronaca. Dato verificabile, certo: Handke è stato al centro di dibattiti pubblici. “La seconda spada” non chiude la questione. La riapre. E chiede precisione, non tifoserie.
Forse la letteratura fa proprio questo: smonta l’immediatezza, ci toglie la scorciatoia, ci costringe a camminare. Fuori, il cortile della Biblioteca di Rho avrà ancora luce. Il passo di chi esce dirà se la propria idea di giustizia è cambiata almeno di un millimetro. E se una domanda, da sola, può valere più di mille risposte.




