Un tavolo, dei libri, voci che si ascoltano. Un viaggio che attraversa confini e stagioni della vita, tra solitudini, memorie e domande che non smettono di mordere il presente. Al Gruppo di Lettura della Biblioteca di Rho (Villa Burba), ogni pagina apre una strada e ogni strada porta a casa.
Al Gruppo di lettura della Biblioteca di Rho (Villa Burba) il viaggio inizia così: si apre un libro e si apre una stanza. Da Ágota Kristóf a Thomas Bernhard, da Magda Szabó a Sándor Márai, fino a Esther Kinsky e Peter Handke. Stili diversi. Stessa urgenza: dare forma a solitudini, memorie, identità in bilico. La scrittura tiene insieme l’essenziale e il destino.
Si legge per capire cosa resta quando il rumore svanisce. Ci si misura con la durezza di Kristóf. Con la voce interiore di Szabó. Con la severità morale di Márai. Con l’invettiva che in Bernhard scava come un tarlo. Con la lingua che in Handke si fa domanda. E con la forza paesaggistica di Kinsky, che ascolta la terra prima ancora delle parole.
Le serate scorrono con ritmo semplice. Frasi chiare. Poche certezze. Si torna a casa con un pensiero che non si chiude. Succede spesso. Ed è il segnale che la letteratura mitteleuropea non è un catalogo di malinconie, ma una palestra di lucidità.
Questi autori guardano l’Europa come una mappa di crepe. Le storie passano per confini mobili, lingue intrecciate, case lasciate e ritrovate. In Kristóf la frase è un coltello. In Szabó la casa è un teatro di coscienza. In Márai la scelta pesa come piombo. In Bernhard la rabbia è musica. In Handke la realtà vibra di dettagli. Ogni libro insegna ad ascoltare. A fermarsi. A chiamare le cose con il loro nome.
A metà strada, il viaggio cambia passo. La data segnata dagli organizzatori è mercoledì 15 aprile 2026: si legge Rombo di Esther Kinsky. “In seguito, tutti parleranno del rumore. Del rombo. Con cui è iniziato.” Il 6 maggio 1976 il terremoto del Friuli colpisce con magnitudo 6.5. Le stime parlano di circa 989 vittime e oltre 157 mila sfollati. La terra si apre. La vita si spezza. E poi ricomincia, con un’altra voce.
In Rombo parlano sette abitanti di una valle dell’estremo nord-est. Una comunità montana di radici slave, con una lingua che sa di confine e di lavoro stagionale. Si sognava il mare. Si emigrava. Si tornava per nostalgia. Leggende antiche spiegano le scosse: l’Orcolat che si muove. La Riba Faronika, sirena a due code che smuove l’acqua e la roccia. Nella pagina, la memoria geologica incontra la memoria degli umani. Il paesaggio carsico parla con fiori, uccelli, strati di pietra. Gli uccelli sembrano immuni. Le rocce conservano tutto.
Kinsky scrive senza enfasi. Ascolta i segni premonitori. Interroga l’impotenza. Misura il tempo lungo della terra contro il tempo corto del cuore. È un libro che chiede silenzio. E restituisce orientamento.
Perché ci riguarda adesso? Perché l’Italia conosce bene la parola “ricostruzione”. Perché dietro ogni cronaca c’è un lessico familiare. Un tavolo, un piatto, una foto rimessa al suo posto. E perché leggere insieme aggiunge senso: una frase si accende, un dettaglio diventa prova, una ferita trova il suo nome.
Non servono formule. Basta un appuntamento, una sedia libera, una domanda onesta. La letteratura fa questo: apre spazi praticabili nel mezzo del rumore. Allora, quando chiuderemo il libro, quale traccia resterà in noi: il rombo, o il silenzio che lo segue?