Un’amicizia che spalanca una porta. Sorry Baby entra in sala con passo lieve e cuore grande: un racconto che non consola, ma accompagna. E quando finisce, resta addosso come una mano sicura sulla spalla.
Arriva a Rho con una programmazione nitida: Cin&città, Auditorium comunale P. Reina, via Filippo Meda 20. Proiezioni martedì 26 maggio ore 17:00 e 21:00, mercoledì 27 maggio ore 21:00, giovedì 28 maggio ore 21:00, lunedì 1 giugno ore 17:00. È il nuovo film di Eva Victor, autrice attenta alle crepe più sottili. Non ci sono clamori. C’è una storia che si fida del pubblico.
La protagonista è Agnes. Giovane docente universitaria, ironica e precisa. Brilla nel lavoro. Sceglie le parole giuste. Accanto a lei c’è Lydie, l’amica di sempre. Il racconto non parte dal dolore. Parte dalla gioia. Dalla complicità che ti fa alzare lo sguardo e dire: ci siamo, siamo vive. Victor lo dichiara con scelta netta: prima l’ossigeno dell’amicizia, poi tutto il resto.
Solo a metà strada il film apre la ferita. Una molestia. Un gesto subdolo di una persona di fiducia. Nessuna scena madre. Nessuna musica a guida. La vita, attorno, continua come se niente fosse. È qui che Sorry Baby prende posizione: non definire Agnes con l’evento. Restituirle spessore, pensieri, desideri. Con il supporto di Lydie, la protagonista cerca un linguaggio per dire l’indicibile. Non per chiudere, ma per respirare.
Victor sceglie il poco. E nel poco trova moltissimo. Struttura essenziale, ritmo asciutto, lavoro sui volti. La parola conta. Le pause contano. Il risultato è un dramma intimo che non rinuncia a una vena di commedia nera, imprevedibile e attuale. La critica italiana lo segnala come rivelazione del recente cinema statunitense: non una formula, ma una tenuta emotiva rara. Guardi Agnes e Lydie e riconosci dinamiche quotidiane: chi ascolta davvero, chi devia, chi scherza per non crollare. È quel tipo di cinema che ti fa fare i conti con te stesso senza puntarti il dito addosso.
Non ci sono dati certi su premi o cast nel materiale disponibile, e il film circola ancora con informazioni parziali. Ma la ricezione pubblica, laddove già proiettato, parla di sale attente e dialoghi accesi nel dopo-film. È un indizio chiaro: la storia tocca un nervo, ma non lo spettacolarizza.
Sorry Baby non cerca un colpevole da esibire. Cerca una via per stare al mondo dopo lo schianto. I corpi restano corpi: soffrono, si chiudono, poi desiderano di nuovo. I cuori inciampano, ma battono. Questo è il baricentro morale del film: non vincere il trauma, ma decidere di restare. Restare in classe. Restare tra amici. Restare in se stessi, quando sembra impossibile.
Qui l’amicizia femminile non è ornamento. È motore narrativo e bussola etica. Lydie non salva Agnes. Le sta accanto. La provoca quando serve. Le lascia spazio quando brucia. E in questa danza imperfetta, umanissima, si riconosce un pezzo di noi: chi siamo quando qualcuno ci vede bene, anche quando noi non ci vediamo affatto.
Esci dalla sala e ti viene voglia di fare una telefonata. Non per spiegare il film. Per dire: “Ci sono”. Forse è questa la promessa più onesta di Sorry Baby. Non guarire tutto. Rimettere in circolo il coraggio. E tu, a chi sceglierai di restare vicino, stasera?