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Rivedere le Mappe di Pericolosità: Un Passo Avanti nella Gestione del Rischio Alluvioni

Una mappa non è solo un disegno: racconta abitudini, strade, ritorni a casa. Rivederla oggi significa ascoltare il fiume di domani e scegliere come abitarlo, insieme.

La notizia è secca

Sono stati pubblicati gli atti per la revisione delle mappe di pericolosità del Piano di Gestione del Rischio Alluvioni (PGRA). È un passaggio formale? Sì. Ma non è carta per addetti ai lavori. Qui si decide come proteggere case, scuole, piccole aziende. La finestra per inviare osservazioni è aperta fino al 20: la data precisa va verificata negli atti ufficiali, perché non è indicata nella comunicazione sintetica. Nessun allarme, però. È un’occasione concreta per contare di più nelle scelte che ci riguardano.

Se abiti vicino a un corso d’acqua lo sai

Quando piove forte, il tempo smette di essere tempo e diventa attesa. La sirena. L’argine. Il sottopasso che si riempie “sempre lì”, anche se la mappa non lo segnava. È proprio da questi dettagli che parte la revisione. Il PGRA, aggiornato per cicli pluriennali in tutta l’Unione Europea, serve a ridisegnare dove e come l’acqua può arrivare. Lo fa con dati migliori, rilievi più fini, e con quello che di solito manca: gli occhi di chi quel luogo lo vive ogni giorno.

In Italia i numeri danno la misura del tema

Oltre 6 milioni di persone vivono in aree a pericolosità idraulica media, quasi 3 milioni in aree a pericolosità elevata. Più del 90% dei comuni ha una quota di territorio esposta a rischio alluvioni o frane. Non sono stime “a spanne”. Sono dati ufficiali, gli ultimi disponibili a livello nazionale. Il punto, però, non è solo quanti siamo dentro i contorni colorati. È cosa possiamo fare con quei contorni.

Perché aggiornare le mappe adesso

Il clima cambia. Gli eventi estremi sono più frequenti, più intensi, più difficili da prevedere con i vecchi schemi. Le città sono cresciute, i suoli si sono impermeabilizzati, i fiumi hanno meno spazio. Una mappa di pericolosità di dieci anni fa può non “leggere” più una rotonda nuova, un argine riparato male, un parcheggio che devia l’acqua su una via laterale. La revisione serve a riallineare la fotografia alla realtà.

Qui sta il centro della questione

Aggiornare le mappe non è un atto burocratico, è un passo di gestione del rischio che cambia scelte quotidiane. Significa decidere dove mettere un parco e non un capannone. Spostare un quadro elettrico di un metro più in alto in un negozio. Programmare gli scuolabus su strade che non diventano canali. Aprire le aree golenali quando serve, invece di tappare ogni varco e poi stupirsi se l’acqua cerca la prima porta.

Cosa puoi fare tu (e funziona)

Verifica il tuo indirizzo sulle mappe dell’Autorità di bacino o della Regione. Cerca “mappe pericolosità idraulica + nome della tua regione”. È semplice e gratuito. Invia osservazioni durante la consultazione pubblica. Bastano foto datate di ristagni ricorrenti, tombini ostruiti, allagamenti “minori” ma ripetuti. Sono prove che contano. Se vivi o lavori in zona esposta, prepara un mini piano: contatti utili, paratie leggere, scaffali alti, interruttori rialzati. È adattamento climatico di buon senso. Nei condomìni, accordatevi per la manutenzione dei cortili e delle griglie. Un tombino pulito vale più di un post indignato il giorno dopo. Se fai impresa, valuta soluzioni nature-based: una trincea drenante in più, una vasca di laminazione leggera, meno asfalto dove si può. Piccoli interventi che riducono il picco di piena.

Una nota pratica

La scadenza “fino al 20…” va controllata negli atti ufficiali. Meglio non rischiare: un’osservazione inviata in tempo ha più forza di mille commenti a posteriori.

Un barista sul ponte, all’ultima piena, mi ha detto

“Il fiume non avvisa, ma parla”. Forse è questo il senso di rivedere le mappe: imparare a sentirlo un po’ prima. La prossima volta che passi vicino all’acqua, fermati un secondo. Quello che vedi, entra in una riga di mappa solo se qualcuno lo racconta. Sarai tu?