Una sala luminosa, il profumo del caffè e un cerchio di sedie: così, un sabato al mese, la Biblioteca di Villa Burba si trasforma in una piccola comunità del pensiero. I classici non mettono distanza: avvicinano, parlano piano, ma arrivano lontano.
Un sabato al mese, alle 10:30, la Biblioteca Adulti di Villa Burba apre uno spazio fuori dalla routine. Qui “Classici a Colazione” invita a leggere, ascoltare, discutere. La partecipazione è gratuita. Non servono prerequisiti. Basta la curiosità.
La promessa è semplice: riscoprire voci che hanno attraversato i secoli e che oggi sanno ancora fare luce. L’atmosfera è informale. Qualcuno porta la propria edizione consumata. Qualcun altro prende appunti al volo. Si leggono passi, si pongono domande che restano addosso fino a sera.
I classici non sono reliquie. Sono bussole. “Frankenstein” nasce da un’idea del 1816 e vede la luce nel 1818: Mary Shelley aveva poco più di 18 anni. Oggi, etica e responsabilità della scienza sono ancora qui, in prima linea. “Memorie del sottosuolo” di Fëdor Dostoevskij (1864) guarda l’ombra che tutti evitiamo: l’ambivalenza del desiderio, l’orgoglio ferito, la voglia di sabotarsi.
Joseph Roth scrive “Giobbe” nel 1930. Racconta una fede messa alla prova e la resilienza di chi non smette di sperare. Albert Camus pubblica “Lo straniero” nel 1942, nel cuore del Novecento inquieto: l’assurdo non è teoria, è esperienza quotidiana. Con “Lolita” (1955), Vladimir Nabokov sfida lo sguardo facile e ci costringe a leggere le parole, non gli alibi. “La valle dell’Eden” di John Steinbeck (1952) mette la libertà davanti allo specchio: scegliere è sempre dire chi siamo. Non è un caso se Camus riceverà il Nobel nel 1957 e Steinbeck nel 1962: la loro domanda morale non invecchia.
A metà mattina, la conversazione prende ritmo. Si confrontano interpretazioni. Si provano letture ad alta voce. Spesso basta un aggettivo per cambiare la scena. Una volta ho visto un lettore toccare la pagina come si fa con una foto di famiglia: “Qui ho capito che stavo giudicando troppo in fretta”. Era una riga di Nabokov.
31 gennaio – Frankenstein di Mary Shelley. Vita creata e paura di sé: domande attuali, ieri come oggi.
28 febbraio – Memorie del sottosuolo di Fëdor Dostoevskij. Contraddizioni allo specchio, senza sconti.
28 marzo – Giobbe di Joseph Roth. Dolore, perdita, fede, e un filo di tenuta umana.
18 aprile – Lo straniero di Albert Camus. Libertà, responsabilità, e l’assurdo come misura.
23 maggio – Lolita di Vladimir Nabokov. Linguaggio magnetico, potere e desiderio oltre i cliché.
20 giugno – La valle dell’Eden di John Steinbeck. Bene e male come possibilità, non etichette.
Gli incontri iniziano alle 10:30. L’ingresso è libero. Puoi arrivare con il libro letto, con poche pagine, o senza averne aperta una: la lettura condivisa si costruisce insieme, frase dopo frase.
Chi esce porta con sé una frase-lente. A volte è Shelley a ricordarci che nessuna invenzione è neutra. Altre volte è Camus a dire che le scelte minime contano più dei grandi proclami. E capita che Dostoevskij metta ordine proprio mentre scombina tutto.
Forse è questo il punto: i grandi autori non offrono risposte immediate, ma una postura. Ascoltare, dubitare, nominare le cose. Quale voce vuoi mettere al centro del tuo prossimo sabato mattina?