Un fine settimana di marzo, due giorni per dire chi siamo: il referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026 ci chiede di guardare in faccia la nostra idea di giustizia, non solo le regole. È una scelta che tocca i corridoi dei tribunali ma, soprattutto, le nostre vite ordinarie.
C’è chi fa spazio alla tessera elettorale nel portafoglio, tra scontrini e foto. In molti si chiedono: cosa cambia davvero? Sulla scheda leggeremo il titolo della legge costituzionale con “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale”. Il testo è consultabile in Gazzetta Ufficiale e sul sito del Ministero dell’Interno: è lì che conviene tornare per istruzioni ufficiali e orari del voto.
Prima un punto fermo. Il nostro è un referendum costituzionale confermativo previsto dall’articolo 138 della Costituzione: non c’è quorum. Decide la maggioranza dei voti validi. Non si “abroga” nulla: si conferma o si respinge una riforma approvata dal Parlamento ma non con i due terzi in entrambe le Camere.
Al mercato, un avvocato mi dice: “La giustizia è tempo”. Una signora accanto aggiunge: “E garanzia, che non si sbaglino con noi”. Due frasi semplici, eppure dicono tutto: efficienza e diritti. C’è la vita nel mezzo. Una causa di condominio che blocca una vendita. Un licenziamento impugnato che tiene sospesa una famiglia. Un processo per truffa che deve arrivare in fondo, ma senza fretta cieca.
Solo a metà strada, il nodo vero. Questo referendum tocca l’architettura: chi decide cosa, con quali controlli, con quali contrappesi. Parole grandi, conseguenze concrete. Si parla di equilibrio tra poteri, di indipendenza della magistratura, di come funziona il governo autonomo dei giudici (il CSM), di regole per i pubblici ministeri e per i giudici, di responsabilità disciplinari. A seconda di come sono scritte le norme, cambia il respiro del processo e la fiducia che riponiamo nelle aule.
Se l’assetto rende più chiari ruoli e competenze, può crescere l’efficienza: meno conflitti interni, più prevedibilità delle decisioni. Negli ultimi anni i dati pubblici mostrano una riduzione dell’arretrato in ambito civile, ma l’Italia resta sopra la media UE in diversi segmenti. Un sistema più lineare potrebbe consolidare il trend.
Se però i contrappesi si indeboliscono, si rischiano pressioni indebite. L’indipendenza non è un vezzo di categoria: è una cintura di sicurezza per chiunque si trovi, anche per la prima e unica volta, davanti a un giudice.
Esempi terra-terra. Un’impresa che aspetta una sentenza su un appalto vive di tempi certi. Una vittima di reato pretende una risposta che arrivi, ma che sia scritta con attenzione. Un imputato ha diritto a un giusto processo. Efficienza e tutele devono stare nello stesso fotogramma.
Leggi il testo in Gazzetta Ufficiale e il dossier di accompagnamento del Parlamento. Sono documenti asciutti ma indispensabili.
Verifica su interno.gov.it modalità di voto, orari, eventuali opzioni per elettori all’estero o con disabilità. Le indicazioni ufficiali fanno chiarezza.
Fatti una domanda concreta: la riforma aumenta la tua fiducia nel sistema? Ti sembra bilanciata tra risultati e garanzie?
Non troverai slogan sulla scheda, solo parole pesanti. Il punto non è “vincere” un derby, ma scegliere quale ordinamento serve a un Paese che cambia. Penso alla porta pesante di un tribunale che si apre, allo scricchiolio della panca, al silenzio prima che il giudice parli. In quel silenzio, di chi vogliamo fidarci? E di quale fiducia vogliamo essere all’altezza, quando metteremo la croce su quella scheda?