Una città che cammina piano, con passo saldo, per chiamare per nome chi non c’è più: a Rho settecento studenti hanno trasformato una mattina di marzo in un atto di fiducia collettiva. Un corteo sobrio, voci giovani, la promessa che la memoria non resti ferma sulla carta.
Rho, 24 marzo 2026. Quasi settecento persone, in gran parte ragazzi e ragazze delle scuole cittadine, hanno attraversato la città nella Marcia per la legalità promossa dal Comune. Un appuntamento che si intreccia con la Giornata nazionale della memoria e dell’impegno e con l’onda lunga di Torino, dove sabato 21 marzo migliaia di persone hanno condiviso lo stesso rito civile. “La speranza è un dovere”, ricorda don Luigi Ciotti di Libera. A Rho il messaggio è risuonato chiaro: ricordare è un verbo al presente.
La lettura dei nomi è iniziata in piazza San Vittore. L’elenco di Libera parte da Giuseppe Montalbano, 1861, e arriva ad Antonella Lopez, 19 anni, 2024. È un filo teso su oltre un secolo e mezzo. Secondo Libera, in 8 casi su 10 non c’è ancora piena giustizia: non è una statistica qualsiasi, è una ferita. L’assessore alla Legalità Nicola Violante lo ha detto senza giri di parole: la memoria è l’anticorpo più potente contro l’indifferenza, e le mafie — Cosa Nostra, ’Ndrangheta, Camorra — si nutrono proprio di silenzi e paure. Conoscerle è già combatterle.
I primi nomi li hanno letti il sindaco Andrea Orlandi, la giunta, parlamentari e consiglieri regionali, rappresentanti delle forze dell’ordine e il prevosto monsignor Norberto Donghi. Poi la voce è passata agli studenti. Un cambio di ritmo netto: quando a leggere è chi ha davanti più futuro, ogni nome pesa di più.
Il corteo ha fatto tappa al Giardino Lea Garofalo, dedicato a una testimone di ’ndrangheta uccisa nel 2009. Ha sostato al Giardino dei Giusti in via Redipuglia, tra alberi che portano i nomi di Hans e Sophie Scholl, Gino Strada e Teresa Sarti, Luca Attanasio, Vito Fiorino. Ogni lapide verde è un invito a non voltarsi. Al Parco della Legalità di via San Bernardo, le scuole hanno messo in scena parole e musica: non celebrazioni rigide, ma storie asciutte, pronunciate con il pudore che hanno i vent’anni.
Il sindaco Orlandi ha usato un’immagine che resta: chi fa del male “calpesta” la terra; chi vuole bene alle istituzioni “accarezza” il suolo. Camminare in pace, in pubblico, in molti, è già un gesto politico.
Qui il cuore si apre. L’Istituto Professionale Clerici ha ricordato l’educatore Umberto Mormile, il medico Attilio Manca, il sindacalista Giuseppe Valariotti. Il Liceo Rebora ha dato voce a Paolo Borsellino e agli agenti della scorta, tra cui Emanuela Loi. L’Istituto Tecnico Mattei ha scritto una lettera al magistrato Pietro Scaglione, a cui si pensa di dedicare un albero nel Parco della Legalità. Il Liceo Majorana ha ripercorso storie durissime: Nicola Campolongo, Graziella Campagna, Antonella Lopez, Riccardo Cristaldi, Giovanni La Greca, Giuseppe Letizia. La terza G del Puecher–Olivetti ha parlato dell’imprenditore Antonio Musolino, vittima di ’Ndrangheta.
Pietro Basile, per Libera Milano, ha ricordato un’intercettazione: “Possibile che io debba avere paura della maestra di mio figlio?”. Sì, è possibile. La scuola fa paura a chi odia la luce. Secondo Libera, le mafie al Nord hanno radici profonde e spesso sperimentano qui metodi nuovi: un motivo in più per tenere alto lo sguardo. Le 1.117 vittime oggi ricordate non sono un numero fisso: l’elenco cresce con ricerche che restituiscono identità e dignità a storie dimenticate.
A fine corteo ho visto zaini posati a terra e mani che si stringevano forte, senza bisogno di parola. In un tempo che corre, vale ancora la pena fermarsi e leggere un nome ad alta voce? O forse è proprio da lì che riparte il nostro modo di stare insieme, con passo leggero e ostinato, come chi “accarezza” il suolo e sceglie ogni giorno da che parte stare.