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Fausto De Stefani: L’Alpinista Umano che ha Conquistato i Sogni e gli Ottomila

Un uomo che ha scalato le vette per scendere più vicino alle persone: il viaggio di Fausto De Stefani non è una collezione di cime, ma un modo diverso di stare al mondo. Una storia di montagna che profuma di terra, di scuole nate tra i villaggi del Nepal e di bambini che imparano a guardare il cielo senza perdere il contatto con il suolo.

Fausto De Stefani: L’alpinista umano che ha conquistato i sogni e gli ottomila

Il sipario si apre al Teatro Civico Roberto de Silva di Rho, in piazza Jannacci 1. In scena ci sono Mattia Fabris e Jacopo Bicocchi, con le scene di Lucia Rho e le luci di Roberta Faiolo. La serata è una produzione A.T.I.R. e Compagnia (S)legati, creata per i festeggiamenti del Centenario della sezione di CAI Rho. È il luogo giusto per raccontare Fausto De Stefani. Non con la retorica dell’eroe, ma con il passo lento di chi conosce le attese.

Molte cronache alpinistiche lo indicano come secondo italiano e sesto al mondo ad aver completato i 14 ottomila. Un traguardo enorme, certo. Ma Fausto non si presenta mai come “solo” alpinista. Dice che la montagna è un mezzo. Uno strumento per conoscere i limiti, il silenzio, la cura. La vetta interessa, ma conta di più come ci arrivi, e con chi torni a valle.

C’è una mongolfiera nei suoi racconti d’infanzia. Le storie di “Mandelo” gli insegnano a guardare il mondo dall’alto, senza perdere il cuore. È una bussola che non ha mai smesso di usare. Prima contadino e carrozziere. Poi escursionista, fotografo, ambientalista, attivista. Sempre sognatore. Uno che si ferma ad ascoltare. Uno che mette le mani dove serve.

Un alpinista oltre la vetta

Nel suo alpinismo umano c’è attenzione concreta. Niente esibizioni, pochi proclami. Ci sono mani spaccate dal freddo e storie sussurrate nelle tende. Ci sono cordate che si scelgono, errori che si ammettono, passi che si fanno più lenti quando la montagna si chiude. E c’è quella libertà ruvida che molti cercano, e pochi praticano: tornare indietro quando serve.

In teatro, Fabris e Bicocchi evocano questo corpo a corpo con la vita. La scena è essenziale. La luce entra e scompare, come all’alba in quota. Le parole non calcano la mano. Lasciano spazio alle pause, ai numeri che contano: giorni d’acclimatazione, notti in tenda, passi nel ghiaccio. E poi sguardi, nomi, villaggi.

Il “quindicesimo Ottomila”

Il punto vero arriva a metà strada. Il suo XV Ottomila non è una cima. È la Rarahill School in Nepal. Una scuola costruita con i soldi, il lavoro, le relazioni accumulate in anni di spedizioni. È un luogo dove le altitudini si misurano in quaderni, non in metri. Accanto, in Italia, c’è La Collina di Lorenzo: un’area dove i bambini imparano la natura stando nella natura. Non sono progetti di facciata. Hanno radici, volti, abitudini quotidiane.

Qui l’alpinismo cambia specie. Diventa educazione, relazione, comunità. Non importa se una foto di vetta manca o se le liste aggiornano le classifiche: il suo impatto resta verificabile. Scuole aperte. Bambini a lezione. Sentieri percorsi con rispetto. È misurabile, tangibile, umano.

Ascoltando questa storia, viene voglia di ridisegnare la nostra idea di successo. Forse la prossima cima non ha altitudine. Forse si trova nell’aula di un villaggio polveroso, o lungo un sentiero di periferia. La domanda, allora, non è “quante vette hai salito?”, ma “quale traccia lasci quando scendi?”.