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Dead Man’s Wire: Il Filo del Ricatto e la Critica al Capitalismo nel Nuovo Film di Gus Van Sant

Un uomo con un fucile legato al collo dell’ostaggio. Un filo teso come una corda vocale, pronto a spezzarsi. Dead Man’s Wire non cerca eroi: ci mette davanti a una scelta, nostra, su cosa significhi giustizia quando il denaro detta legge.

Il nuovo film di Gus Van Sant

Il nuovo film di Gus Van Sant entra senza rumore e poi stringe. Parte da un fatto vero, accaduto il 8 febbraio 1977 a Indianapolis, e lo porta nel presente. Lo fa con lo sguardo calmo di chi vuole capire, non assolvere. È un cinema che ascolta. Che chiede tempo. E che pretende attenzione.

A Rho, il titolo arriva all’Auditorium comunale P. Reina (via Filippo Meda 20) con più proiezioni in settimana: martedì 19 maggio alle 17:00 e 21:00, mercoledì 20 alle 21:00, giovedì 21 alle 21:00. Un contesto civile per un film che parla di civiltà. E di come la si perde.

La storia vera che brucia ancora

Anthony G. “Tony” Kiritsis entra nell’ufficio della Meridian Mortgage. Tiene in ostaggio Richard Hall, figlio del presidente. Alla testa gli punta un fucile a canne mozze. C’è un dispositivo: un filo collega il grilletto al collo dell’ostaggio. Se qualcuno spara a Tony, il colpo parte. È il “dead man’s wire”: ricatto e deterrenza fusi insieme.

Le richieste sono chiare: 5 milioni di dollari, immunità, scuse pubbliche. La tensione dura giorni. Le cronache parlano di 63 ore. La radio e la TV trasmettono in diretta. La città guarda. L’America suda. Il caso diventa un prisma. Dentro ci sono debito, proprietà, e la rabbia di chi si sente fregato da un modulo, da una penale, da una firma fatta nel posto sbagliato.

Van Sant non feticizza l’arma né il gesto. Segue le voci, i silenzi, i dettagli di provincia: il parcheggio deserto, l’atrio con la moquette consumata, i bicchieri di polistirolo nella sala stampa. È qui che la realtà pesa. E diventa cinema.

Un attacco gentile al capitalismo

La lama sta nel sottotesto. “Non è un film su un perdente, ma su un uomo che vuole combattere e finisce col perdere”, ha detto Van Sant. La frase non assolve. Indica il bersaglio: quel capitalismo che promette ascesa mentre pratica selezione. In Dead Man’s Wire il sistema non è un mostro astratto. Ha sportelli, modulistica, agenti sorridenti. Ha scadenze. E margina chi non tiene il passo.

Chi conosce Elephant o Milk ritrova il metodo: piani lunghi, empatia asciutta, corpi che abitano lo spazio come fossero prove d’esistenza. Qui il regista scava nell’“America profonda” senza caricature. Mostra come la speculazione finanziaria non sia un grafico in tv, ma la casa ipotecata, il terreno perso, la voce che si spezza quando chiedi “solo” di essere ascoltato.

Dati verificabili tengono insieme il racconto: la data dell’irruzione, la struttura del congegno, la cifra richiesta, la copertura mediatica continua. Sul resto, il film apre varchi. Non cerca il tribunale, cerca il contesto. E lì punta il dito: sulla distanza tra promesse di credito e realtà della restituzione, tra “cliente” e “colpevole”.

C’è anche la stampa, croce e delizia. All’epoca trasmise senza filtri. Oggi Van Sant chiede: cosa significa guardare il dolore in diretta? E che parte hanno i media quando la crisi privata diventa spettacolo pubblico?

Non risultano al momento dati ufficiali su una distribuzione nazionale più ampia oltre le rassegne locali. Vale quindi l’invito a verificarne la programmazione nella propria città.

Alla fine resta un’immagine. Quel filo teso tra il grilletto e la gola. Un circuito in cui chi controlla è già prigioniero. Quante volte, nel lavoro o nei conti, sentiamo addosso lo stesso cappio? E da dove comincia, oggi, un gesto che spezzi davvero quel filo senza farlo scattare?