Un omicidio spezza una quiete apparente. In Alsazia, tra vigne e case a graticcio, una famiglia si scopre fragile e un colore ritorna come un richiamo misterioso. “Blu come i tuoi occhi” di Stefania di Fazio è un invito a guardare dentro le crepe, dove la bellezza non salva ma illumina.
“Blu come i tuoi occhi” è un thriller che sceglie vie dritte. Stefania di Fazio non ricama, incide. Parte da una casa, da una tavola imbandita. Poi arriva l’omicidio. La famiglia Muller, stabile e rispettata, si trova davanti a una verità che scotta. I parenti parlano a mezza voce. Le stanze odorano di cera e memoria. L’aria taglia.
Il romanzo non cerca l’effetto speciale. Preferisce il battito regolare dell’indagine. L’ispettore ufficiale conduce il gioco con pazienza. Osserva. Torna sui luoghi. Misura i tempi. Il suo metodo rassicura. Nel frattempo, una vecchia amica di famiglia sente ciò che non si dice. Intercetta piccoli scarti, silenzi più lunghi del necessario. È l’istinto che si mette in mezzo quando la logica non basta.
In Italia il giallo e il thriller restano tra i generi più letti. Non servono tabelle per capirlo: le vetrine parlano da sole. Questo libro si inserisce qui, ma con una scelta chiara. Punta sul “dentro”, sui segreti di famiglia, e sul “fuori”, in una Alsazia che non fa da cartolina. È scenario e specchio.
La doppia pista funziona perché apre domande diverse. L’ispettore controlla alibi e moventi. L’amica entra nei ricordi. Lui incrocia tabulati e orari. Lei riconosce un profumo, una fotografia messa di traverso, una frase spezzata. È un dialogo continuo tra evidenza e sfumatura. Un ponte tra procedural e domestic noir, senza compiacimenti.
È a questo punto che il romanzo mostra il suo segno. L’assassino non lascia solo rovine. Lascia una “firma blu”. Un blu profondo, ossessivo, elegante. La scelta del colore non è un vezzo. Il blu, nell’immaginario comune, parla di fiducia, calma, distanza. Qui fa l’opposto. Disorienta. Sposta l’attenzione. Crea un ritmo visivo che torna, scena dopo scena, come un sogno che non molla la presa.
La Alsazia non è fondale. È personaggio. La Route des Vins corre per circa 170 km tra pendii ordinati e paesi che sembrano disegnati a mano. Colmar, Riquewihr, i boschi ai piedi dei Vosgi. Qui la luce cambia in fretta. Mattine chiare, pomeriggi lattiginosi. Dentro questo respiro, la storia trova densità. La bellezza mette a nudo. Mostra le crepe. Il contrasto tra l’armonia dei luoghi e il disordine umano genera tensione pulita.
Di Fazio scrive con passo misurato. Frasi asciutte, dettagli netti. Una panchina bagnata, un portone antico, l’odore di cantina dopo la pioggia. Non c’è estetismo. C’è precisione. L’effetto è concreto: il lettore “vede” e quindi crede.
“Stefania di Fazio” sceglie la via più difficile: non grida, insiste. Resta vicina ai gesti. Evita scorciatoie moralistiche. E alla fine, quel blu — tanto mistero quanto fascino — torna come uno specchio pulito. Che cosa resta, quando un colore comanda la scena e non puoi più far finta di niente? Forse resta una domanda semplice, la più onesta: cosa sei disposto a proteggere, e fino a che punto?