Tra transenne leggere e segnali arancioni, Via I Maggio e Via San Pietro stanno cambiando pelle. Il progetto “PUI CMM Spugna” porta in strada la disconnessione delle acque meteoriche: piccoli cantieri oggi, una città più capace di assorbire le piogge domani.
Chi passa in zona lo nota subito: qualche deviazione, marciapiedi sezionati con precisione, tombini aperti come porticine di servizio. Non è il solito rifacimento dell’asfalto. Qui si lavora per scollegare parte dell’acqua piovana dalla rete fognaria, e restituirla al suolo. È un cambio di abitudini: l’acqua non corre più dritta nel tubo, ma fa una sosta in aiuola, filtra nella terra, rinfresca l’aria. Sembra poco, ma è la chiave del progetto PUI CMM Spugna, che mira a rendere più “assorbente” il quartiere senza stravolgerlo.
A oggi i lavori di disconnessione sono in corso nel nodo tra via I Maggio e via San Pietro. Non sono stati diffusi pubblicamente tutti i dettagli su calendario e fasi operative: l’assenza di date ufficiali impone prudenza. Si vede però la logica degli interventi di prossimità: scavi mirati, sottoservizi mappati, nuove pendenze vicino alle caditoie. Non grandi opere, ma chirurgia urbana.
Le reti fognarie miste, molto diffuse nei centri italiani, raccolgono insieme reflui domestici e pioggia. Quando arriva un temporale intenso, il sistema va in sofferenza: si saturano i condotti, scattano gli sfioratori di piena, aumentano gli allagamenti di strada. La disconnessione spezza questa catena: separa parte dell’acqua piovana e la convoglia verso infrastrutture verdi e dispositivi semplici – aiuole drenanti, pavimentazioni permeabili, piccole vasche di accumulo – che trattengono e rilasciano lentamente. È una scelta coerente con le strategie di resilienza urbana e adattamento al clima: piogge più irregolari e intense richiedono reti meno rigide e più “spugna”. Non servono parole grosse: serve spazio al suolo e un po’ di gravità che lavori al posto nostro.
Il cuore del cantiere, qui, è tutto in pochi gesti concreti. Un pluviale che prima scaricava nel collettore ora piega dentro un’aiuola. Una griglia stradale cambia pendenza per inviare l’acqua su un tratto di verde ampliato. Un parcheggio ottiene file di pavimentazione filtrante, con sotto strati di ghiaia che fanno da serbatoio temporaneo. L’aria si muove meglio, le radici bevono, il sistema idrico respira. Le prestazioni reali dipendono da suolo, pendenze e dimensionamento: senza dati ufficiali sul progetto esecutivo, è corretto non quantificare qui volumi e tempi di drenaggio. Ma il principio resta verificabile in ogni città che lo ha adottato: meno carico alla fognatura, meno picchi al depuratore, meno acqua in strada.
Nel breve periodo, pazienza e attenzione. Il cantiere può restringere la carreggiata, spostare l’accesso ai passi carrai, modificare l’attraversamento pedonale. Lavori così di solito si concentrano nelle ore diurne e rispettano la segnaletica di sicurezza: se emergono barriere per passeggini o carrozzine, segnalarle accelera le correzioni. Nel medio periodo, cambia il gesto di tutti i giorni. Dopo un acquazzone, la pozzanghera all’angolo dura meno. L’aiuola non è solo ornamentale: diventa tecnologia naturale, una piccola sostenibilità sotto casa. Chi abita ai piani alti se ne accorge dall’odore dell’aria dopo la pioggia; chi cammina, dal fresco che sale dal terreno.
Non è la bacchetta magica: nei nubifragi estremi, nessuna soluzione singola basta. Ma sommare tante micro-opere fa massa critica. Via I Maggio e via San Pietro sono un tassello. La domanda, adesso, è semplice e potente: se ogni tratto di strada trovasse il modo di tenere vicino a sé la propria pioggia, come cambierebbe il suono della città quando arriva il temporale?