Una mattina di passi condivisi, tra cartelli e voci giovani, per dire che la legalità non è uno slogan ma un’abitudine quotidiana. Una marcia breve nel perimetro di una scuola, per allargare lo sguardo su ciò che accade fuori dai cancelli.
Venerdì 27 marzo, alle ore 10.00, il cortile della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto Comprensivo Q. Di Vona diventa un luogo pubblico. Le classi terze organizzano la 3° Marcia della Legalità. Non è una data qualunque. È un tempo che chiede presenza, ascolto, mani alzate senza paura. Il nome dell’iniziativa dice già molto: legalità come pratica, come cammino, come voce plurale.
La cornice è chiara: studenti in fila, docenti al fianco, famiglie invitate a guardare e magari a restare. Il programma dettagliato non è stato diffuso al momento in cui scriviamo; la scuola ha confermato orario e luogo. Ma il senso è nitido. Portare il tema fuori dall’aula. Rendere visibile ciò che spesso resta dentro i libri. Fare della comunità scolastica una piccola piazza civile.
Perché la legalità prende corpo quando la si attraversa. In Italia, la memoria e l’impegno si incontrano ogni anno il 21 marzo, giornata riconosciuta per ricordare le innocenti vittime delle mafie. Nelle scuole, l’educazione civica è materia di legge, con almeno 33 ore l’anno. Non sono cornici formali: sono strumenti per legare diritti e doveri, parole e gesti.
Una marcia fa questo. Trasforma concetti in azioni semplici: camminare insieme, rispettare il passo dell’altro, tenere il ritmo. Insegna che lo spazio pubblico si custodisce con regole chiare e sguardi attenti. Che una scuola può funzionare da laboratorio di cittadinanza attiva: ci si allena al senso del limite, alla cura dei beni comuni, alla scelta delle parole giuste.
C’è poi un valore educativo tutto suo: la coralità. Chi corre, rallenta. Chi resta indietro, trova braccia. È una geografia del noi, che vale più di molte spiegazioni. Chi ha partecipato a una marcia scolastica lo sa: il silenzio condiviso pesa quanto un discorso, un cartello scritto a mano resta più di una lezione.
Fin qui il movimento. Ma il punto centrale spunta a metà strada. Una marcia non si esaurisce nel tragitto: apre un “dopo”. L’atto pubblico serve a reggere lo sguardo quando si torna in classe. A dire: da domani cambiamo qualche abitudine.
Qui si gioca la partita. Cosa significa “legalità” per tredicenni e quattordicenni? Significa scegliere linguaggi non ostili nei corridoi. Segnalare in modo chiaro ciò che non va. Prendersi cura di ciò che è di tutti: un muro pulito, un libro passato di mano, un cestino usato bene. Sono gesti misurabili, quotidiani, verificabili. Piccoli, sì. Ma fanno sistema.
La scuola può dare continuità con attività mirate: momenti di discussione guidata, simulazioni di consiglio comunale dei ragazzi, letture condivise su giustizia e bene comune. Non serve retorica, serve metodo. La legge sull’educazione civica offre la griglia; l’esperienza la riempie. Anche la scelta del cortile non è casuale: è uno spazio di confine tra dentro e fuori, tra regole scolastiche e vita reale. Qui il passo si allena a diventare strada.
Venerdì 27 marzo non cambierà il mondo. Ma può cambiare lo sguardo di chi lo attraversa. E a volte basta questo: vedere il compagno accanto, sentire il ritmo degli altri, tenere il cartello dritto anche quando il vento ci prova. Se la legalità avesse un suono, oggi sarebbe quello di molte suole che battono insieme. Domani, quale traccia lascerà sotto le nostre finestre?