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Sentieri di Celluloide : Milano calibro 9

Sentieri di Celluloide

– Milano nel cinema –

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“MILANO CALIBRO 9”

Nei miei film i poliziotti e i commissari hanno caratteristiche assolutamente diverse da quelli che si vedono in altri film, di solito non sono degli eroi che fanno inseguimenti e sparano, perché nella realtà non sono quelli che abbiamo visto nei poliziotteschi, ma nella maniera più assoluta.

L’eroismo e  le sparatorie non sono mai esistiti… Avete mai letto sui giornali di commissari che sparano?  In realtà le indagini, gli arresti sono diversi, commissari stanno a sentire “lo spione” e fanno la trappola. Tutte queste sparatorie non esistono, quindi io trattandoli come li ho trattati, credo di essere stato più realistico di quello che hanno fatto gli altri.

( Fernando Di Leo )

 

Fernando Di Leo ha legato il suo nome al poliziesco italiano degli anni ’70, imponendosi tra i miglior esponenti del genere firmando titoli destinati a diventarei veri e propri cult-movie, come quelli che compongono la famosa “Trilogia del milieu“: “Milano calibro 9” (1972), “La mala ordina” (1972), “Il boss” (1973).

Pellicole che riescono a rendere al meglio l’idea della malavita, alimentate con una messinscena nell’immediatezza delle storie, nella loro capacità di rapire l’attenzione del pubblico e rese particolarmente incisive grazie alla stesura di sceneggiature intelligenti, firmate dallo stesso Di Leo, che raggiungono un perfetto equilibrio tra gli eccessi e la grossolanità che venivano naturali all’autore.

Fernando Di Leo per: “Milano calibro 9”, sì ispira ai racconti di Giorgio Scerbanenco, tra gli scrittori più importanti della letteratura poliziesca, portando sul grande schermo un noir teso, sporco, crudele, senza speranza, affidando il ruolo del protagonista a Gastone Moschin, strappato alla commedia per dar vita a un personaggio dalla faccia granitica, oscillante tra il duro e il buono, un uomo del nord, freddo, calcolatore, imprevedibile, legato a un destino beffardo.

Al suo fianco Mario Adorf, il  suo controcanto mediterraneo, sudista, nei panni di un delinquente dalla forza bruta in movimento che rappresenta una sorta di “Piedistallo” della malavita. Nel cast anche Barbara Bouchet, una delle attrici più apprezzate della prima generazione della commedia sexy italiana, qui come ballerina in un night club e dark lady, glaciale e spietata in concorrenza con le “Femme fatale” del Noir americano.

Se continua così, vedrai che fanno l’antimafia pure pè Milano. La chiamano mafia, ma oggi sono… Sono bande, bande in lotta e concorrenza fra di loro. La vera mafia non esiste più.

(Ivo Garrani)

Il malavitoso Rocco Musto (Mario Adorf) e un compare sorvegliano una spedizione di valuta clandestina in dollari, trasferita a Milano ad opera di alcuni corrieri. Il pacco, nel percorso durante gli scambi tra i vari corrieri, viene misteriosamente sostituito e il denaro sparisce. I due responsabili finali della consegna, interrogano inutilmente i corrieri che, non fornendo spiegazioni, vengono brutalmente uccisi.

Tre anni dopo, Ugo Piazza (Gastone Moschin), uno dei corrieri sfuggito alla vendetta poiché nel frattempo arrestato per rapina, all’uscita del carcere è avvicinato da Rocco e i suoi scagnozzi, incaricati dal boss conosciuto come L’americano (Lionel Stander) , convinto che sia stato lui a far sparire il malloppo di pressarlo per conoscere la verità. Piazza nega ogni responsabilità e, dopo essere stato malmenato, viene derubato di soldi e documenti, consigliato da Rocco di andare a chiarirsi con “L’americano”.

Con il volto tumefatto si reca alla stazione di Polizia, dichiarando di essere stato investito e di avere smarrito i documenti necessitando di un duplicato, ma un esperto commissario (Frank Wolff), conoscendolo bene, intuisce immediatamente i fatti e lo mette in guardia dal grosso rischio che sta correndo proponendogli di collaborare per incastrare “L’americano”.  Piazza nega ogni legame con il denaro scomparso e grazie al più comprensivo vice commissario (Luigi Pistilli)  ottiene il duplicato dei documenti, trovando alloggio in un modesto albergo. La sera stessa Rocco, e i suoi complici, si fanno vivi nuovamente distruggendo il mobilio della stanza alla ricerca dei soldi mettendolo nella condizione di risarcire i danni. Non avendo la possibilità economica decide di chiedere un prestito a due vecchi amici: Don Vincenzo (Ivo Garrani),  anziano boss della mafia, ormai decaduto, e il suo fidato “figlioccio” Chino (Philippe  Leroy),  un esperto killer, i quali gli concedono il prestito ma si rifiutano di prenderlo sotto la loro protezione contro “L’americano”.

Piazza decide  di incontrare “L’americano”, il quale lo invita a confessare in cambio della rinuncia alla vendetta, Ma lui continua a rifiutare le accuse, quindi il boss gli propone di tornare a lavorare per lui, nella squadra di Rocco così da poter controllarne meglio i movimenti. Piazza inoltre è costantemente pedinato sia dalle forze dell’ordine che da un misterioso individuo dalla giacca rossa.

Una sera Piazza si reca al night club dove lavora, come ballerina, Nelly (Barbara Bouchet), un tempo sua amante, ritrovando alcuni amici tra i quali Luca (Salvatore Aricò),  figlio del barista. Passando la notte con lei confessa di non aver mai preso i soldi e di essere intenzionato a trovare il vero responsabile, unico modo per liberarsi dalla vendetta della malavita.

Nei giorni successivi scompare un’altra grossa spedizione di denaro in cui viene assassinato uno dei corrieri da l’uomo con la giacca rossa, che poi fugge con il bottino. “L’americano” è convinto che sia stato Chino e ordina a Rocco di eliminarlo. Piazza al seguito dei killer, tenuto all’oscuro dell’obiettivo, cerca di impedire l’attentato, ma Don Vincenzo viene colpito a morte mentre Chino riescie a fuggire. Sospettato, per il suo comportamento, anche di questo furto viene nuovamente picchiato ed interrogato, ma riesce a convincere “L’americano” della propria innocenza, sollevando dei sospetti sugli altri componenti della banda. Il boss non respinge i ragionamenti di Piazza cominciando a dubitare dei suoi uomini, ordinando a Rocco di andare a casa di Chino per avere un incontro chiarificatore, ma Rocco non lo trova, infatti Chino, con l’aiuto di Piazza si sta recando nella residenza del capo mafioso per vendicare la morte del suo “padrino”. Chino ottiene la sua vendetta uccidendolo ma viene gravemente ferito e un attimo prima di morire intuisce le reali mosse di Piazza, infatti libero del suo nemico si reca in un luogo in campagna a prelevare i 300.000 dollari rubati 3 anni prima. Quindi si reca al commissariato per accertamenti, incontrando Rocco, anche lui fermato per l’uccisione del boss, che comprende la sua strategia e prima di essere rilasciati entrambi gli propone di lavorare con lui affascinato dal suo piano.

Piazza  ha già deciso di lasciare Milano e, dopo aver telefonato a Nelly, si presenta a casa di lei invitandola a seguirlo a Beirut, facendole vedere la borsa piena di soldi. Improvvisamente appare Luca, che si rivela essere il misterioso uomo con la giacca rossa. Nelly è sua complice e lo incita a sparare all’ex amante, il quale, nonostante sia stato colpito a morte, riesce a sferrare un violento pugno alla ragazza, uccidendola. Sul luogo giunge anche Rocco che aveva seguito Piazza dopo il rilascio dal commissariato, e vedendo il suo corpo, vigliaccamente colpito alle spalle, disinteressandosi totalmente del bottino e volendo vendicare l’uomo di cui ormai nutre massima ammirazione, si scatena su Luca fracassandogli la testa prima di essere arrestato dalla polizia sopraggiunta sul posto.

“Milano calibro 9”, si chiude sull’immagine di una sigaretta che si consuma appoggiata su un portacenere, un’immagine in cui Fernando Di Leo riassume lo spirito di tutta la storia: i personaggi, quelli “buoni” e quelli “cattivi”, si sono consumati lentamente In un vortice dal quale niente e nessuno viene risparmiato, tutto diventa cenere. Il primo capitolo della “Trilogia del Milieu” inchioda lo spettatore con una  spietata lucidità dell’ideologia della scuola dei duri: “Fai agli altri quello che gli altri vorrebbero fare a te… Ma fallo prima”.

Ambientato in una Milano, dove si parla solo in siciliano e calabrese, il film è alimentato con un linguaggio adrenalinico  : sparatorie alla Sergio Leone, inseguimenti alla Don Siegel, intrecci e colpi di scena come quelli dei noir firmati da Jean Pierre Melville, accompagnati dalla colonna sonora composta da Luis Bacalov con la collaborazione del complesso rock progressivo degli Osanna.

L’apertura del film è sulla Torre Branca di Parco Sempione dove vediamo un uomo passarci sotto per poi ritrovarlo in Piazza Duomo luogo del primo scambio del plico contenente il denaro. Il secondo scambio dei soldi avviene durante il percorso in metropolitana tra le stazioni di Galleria del Sagrato e Porta Venezia. Seguiranno i titoli di testa (graficamente in rosso) sulle immagini di una Milano nebbiosa ripresa dall’alto con i suoi simboli, in primis il grattacielo Pirelli.

Piazza uscito dal carcere di San Vittore sarà fermato da Rocco e i suoi scagnozzi ai giardini di Parco Sempione all’altezza dell’Arena Civica. Il commissariato di polizia è quello della sede centrale in via Fatebenefratelli. Don Vincenzo e Chino abitano in una casa di ringhiera che si affaccia su Ripa di Porta Ticinese, mentre “L’americano” controlla i suoi traffici dagli uffici siti nella Torre Velasca. Le altre location mascherate da Milano sono state realizzate presso gli studi della Dear di Roma.

Fernando Di Leo tornerà a girare nel capoluogo Lombardo con il secondo capitolo della Trilogia: “La mala ordina”,  realizzato nello stesso anno, con protagonisti Mario Adorf e Henry Silva, nei panni di due personaggi ai quali Quentin Tarantino si è spirato per dar vita a Vincent Vega (John Travolta) e Jules Winnfield (Samuel Lee Jackson) in “Pulp Fiction”.

 

Ma questa è un’altra storia…

“A ben Arrivederci”

Joe Denti