Una villa seicentesca, un tavolo di legno, una luce di pomeriggio che taglia le pagine: alla Biblioteca di Rho Villa Burba le storie non si sfogliano soltanto, si attraversano. Qui un viaggio letterario riunisce voci che parlano di solitudini, memorie e identità. Voci che ci guardano negli occhi mentre leggiamo.
La Biblioteca di Rho Villa Burba, in una villa del XVII secolo che oggi ospita biblioteca e archivio civico, è una cornice concreta per un itinerario di parole. L’idea è semplice. Sedersi. Leggere. Ascoltare. Lasciare che autori diversissimi aprano varchi sul presente. Non c’è retorica. C’è il tempo giusto per una pagina che fa attrito.
Voci che interrogano il presente
Con Ágota Kristóf si parte da un confine. Nel 1956 fugge dall’Ungheria e, anni dopo, scrive in francese la Trilogia della città di K. (1986-1991). La sua prosa scarna scava. Taglia i sentimenti, li mostra senza garanzie. È spietata e, proprio per questo, necessaria.
Magda Szabó porta dentro casa l’enigma. In La porta (1987) racconta un rapporto che incrina certezze e ripulisce le ipocrisie. La psicologia qui non è teoria. È gesto, omissione, testardaggine.
Sándor Márai mette a fuoco la coscienza. In Le braci (1942) due amici si parlano dopo quarant’anni. La tensione morale è alta. Ogni parola pesa come un verdetto. L’Europa di mezzo, con le sue fratture, respira tra le righe.
Con Esther Kinsky la mappa cambia. I fiumi (2014, ed. it. 2018) cammina nelle periferie, osserva rive e detriti. La sua lingua ha una forza evocativa calma. Raccoglie ciò che resta, lo fa brillare.
Peter Handke, Nobel 2019, sceglie la riflessione larga. Nei suoi saggi, come il Saggio sulla stanchezza (1989), la filosofia entra nella vita quotidiana. Chiede tempo, chiede attenzione. Non consola. Eppure apre.
E poi c’è chi spinge più a fondo, come se al cuore della lettura ci fosse una nota unica, insistita.
L’appuntamento a Villa Burba
Mercoledì 10 giugno 2026, alla Villa Burba, l’incontro è dedicato a Il soccombente di Thomas Bernhard (1983). Nel romanzo tre giovani pianisti seguono un corso di Vladimir Horowitz a Salisburgo. Due sono brillanti. Il terzo è Glenn Gould. Non promette. È. Da qui nasce un vortice: grazia e invidia, luce e ombra, il terribile tema del “non riuscire a essere”.
Qualche dato tiene a terra la vertigine. Gould incide le Goldberg Variations nel 1955 e di nuovo nel 1981. La perfezione che ascolti lì ti prepara alla ferita che leggi qui. Bernhard costruisce una voce in piena. Periodi lunghi, ripetizioni, nessun capitolo. Senti l’ossessione. Senti l’eco che rimbalza nelle stanze.
Questo libro non fa sconti. Mostra come l’incontro con il genio possa annientare. E insieme chiede: da cosa ci lasciamo misurare? Da un talento irripetibile, da un giudizio esterno, o da una misura più nostra, più segreta?
L’incontro a Rho sarà un passaggio centrale di un viaggio letterario che tiene insieme stili e latitudini. Dalla secchezza di Kristóf alla profondità di Szabó, dalla prova morale di Márai alla cura dello sguardo di Kinsky, fino alla riflessione di Handke e al martello ritmico di Bernhard. Orario e modalità operative saranno confermati dalla biblioteca; conviene verificare gli aggiornamenti sui canali ufficiali.
Portate un taccuino. Una frase da sottolineare. Magari, la sera prima, ascoltate le Goldberg di Gould in cuffia. Provate a contare i respiri, a sentire il legno del pianoforte. Poi entrate in sala. Lasciate che la pagina faccia il resto.
Non so se un libro possa dirci chi siamo. So però che, in una villa con alberi antichi e stanze luminose, una voce può spostare un millimetro l’ago interiore. O farci una domanda semplice e dura: qual è la misura giusta per non soccombere?




