Vadim Baranov: Il Mago del Cremlino e l’Ascesa di Putin – Un’Analisi dei Totalitarismi Contemporanei

Un giovane stratega nato nell’arte e cresciuto in TV, uno “zar” che avanza nei vuoti del post-URSS, e una telecamera che smonta i trucchi del potere: Il Mago del Cremlino ci mostra come nasce un’era, e come ci finiamo dentro, quasi senza accorgercene.

Arriva anche a Rho, al Cin&città (Auditorium P. Reina, via Filippo Meda 20), con proiezioni alle 17:00 e 21:00 in più date ravvicinate. Gli orari riportati non indicano l’anno; è prudente verificarli in biglietteria o sul sito. Ma la ragione per cui vale la pena esserci è il cuore del film: la parabola di Vadim Baranov, ex artista d’avanguardia e produttore TV, che diventa lo spin doctor del potere nella nuova Russia.

Il contesto è solido. L’URSS crolla nel 1991. La macchina statale si svuota. In quel caos, si afferma un uomo passato per il KGB e destinato a dominare la scena: Vladimir Putin. Il film segue Baranov mentre confeziona messaggi, scenari, percezioni. Niente didascalie superflue. Solo una camera che osserva. Olivier Assayas mette in quadro il laboratorio del consenso e lo fa senza proclami.

C’è una presenza che sfugge al disegno: Ksenia, spirito libero, che non accetta il codice dei palazzi. È la fenditura nel vetro. Lì entra l’aria. È lì che, da spettatori, ci chiediamo: quando la narrazione smette di essere cronaca e diventa copione?

Il regista lavora con misura e precisione. La fotografia di Yorick Le Saux lavora per sottrazione: corridoi freddi, uffici asettici, redazioni e feste dorate. La stessa storia scivola da una stanza all’altra. Niente eroi luminosi, solo personaggi che trovano una funzione. Anche Paul Dano, in lettura preliminare della sceneggiatura, ha parlato di complicità. È una chiave giusta: a volte la vita ci mette nella posizione di girare la testa dall’altra parte. È lì che inizia la catena.

Assayas non giudica a tesi. Raccoglie indizi. E qui l’effetto è più potente delle invettive. Dal 2000 in poi, organismi internazionali segnalano il declino della libertà di stampa russa e la concentrazione dei media. Nel frattempo, le leggi sugli “agenti stranieri” restringono il campo civico. Non servono spiegoni: bastano un talk show, un montaggio furbo, una stretta di mano trasmessa in prima serata. E noi capiamo come funziona il trucco.

Il laboratorio del potere: immagini e manipolazione

Il film mette in fila pratiche note ai manuali di comunicazione politica: semplificazione, nemico utile, spettacolo come lingua franca. Baranov inventa cornici, anticipa crisi, offre valvole di sfogo. La TV diventa architettura. La piazza si sposta nel salotto. È la grammatica del consenso. Non c’è nulla di esotico: è un alfabeto globale, dai reality alle breaking news. Qui però la posta è più alta. E il risultato, più stabile.

Totalitarismi oggi: cosa ci riguarda davvero

“Totalitarismo” è parola pesante. Il film la maneggia con freddezza. Mostra processi: accentramento, paura diffusa, narrazioni uniche. Il personaggio di Vadim Baranov sembra un composto di figure reali, spesso accostato dalla stampa a profili come quello di Vladislav Surkov; non ci sono conferme ufficiali, e il racconto rimane finzionale. Ma il punto tocca noi, qui e ora. Quante volte ci lasciamo cullare da un racconto che rende semplice ciò che è complesso? Quante volte accettiamo la cornice perché è comoda?

Il Mago del Cremlino non dà certezze. Ti mette addosso una domanda: quando scambiamo un trucco di scena per realtà? E, soprattutto, siamo sicuri di non essere già parte dello spettacolo?