Una serata di teatro e di montagne, senza retorica. A Rho, sul palco del Teatro Civico Roberto de Silva, la storia di un uomo che ha scalato vette altissime e poi ha scelto di restare tra le persone. Un viaggio di passi lenti, mani sporche di terra e sogni che non finiscono mai.
Al Teatro Civico Roberto de Silva, in piazza Jannacci 1, la serata per il Centenario della sezione di CAI Rho ha il respiro delle cose giuste. Di e con Mattia Fabris e Jacopo Bicocchi, con le scene di Lucia Rho e le luci di Roberta Faiolo, una produzione ATIR e Compagnia (S)legati. Non un omaggio protocollare. Un incontro. Una storia che si lascia camminare.
Chi è Fausto De Stefani? La risposta facile dice: “il secondo italiano e il sesto al mondo sui 14 ottomila”. È ciò che i registri hanno riportato per anni. Alcune verifiche recenti hanno discusso dettagli su una vetta: non ci sono risposte definitive pubbliche, e conviene dirlo chiaramente. Ma qui non cambia il centro. Per De Stefani la montagna è sempre stata un mezzo, non il fine. Uno specchio, non un podio.
Cresciuto tra campi e officine, contadino e carrozziere prima che alpinista, nasce nel 1952. Impara presto l’arte del fare. Cammina, ascolta, scatta foto. Protegge boschi, difende torrenti, parla piano quando cita gli animali. Da bambino, racconta, guardava il mondo da una mongolfiera immaginaria. Lì ha imparato la distanza giusta: abbastanza in alto per vedere intero, abbastanza vicino per sentire il respiro.
Un alpinismo umano, non eroico
Le sue salite in Himalaya e Karakorum hanno spesso evitato clamori. Niente fanfare, poche frasi, molta sostanza. L’idea è semplice: contano i modi, non i trofei. Una cordata è un patto. Una montagna è una relazione. In scena, Fabris e Bicocchi portano la voce di questa sobrietà. Gli oggetti sono minimi. Le parole bastano. La luce incide dove serve. La platea capisce: non si parla di record, si parla di scelta.
Qui si apre il cuore del racconto. De Stefani ha lasciato un segno che non finisce con una foto in vetta. Lui lo chiama il suo “quindicesimo ottomila”. E non è una cima.
Il Quindicesimo Ottomila
In Nepal, nella valle di Kathmandu, nasce la Rarahil School. È una scuola. Aule, laboratori, biblioteca. Libri, quaderni, corridoi pieni di voci. Un luogo costruito dopo molte spedizioni, grazie a reti di amicizia, volontari, donatori. Dati concreti? Anni di attività continua, centinaia di studenti coinvolti, programmi che crescono con il territorio. È una vetta che richiede ogni giorno ossigeno vero: tempo, impegno, cura.
In Italia prende forma La Collina di Lorenzo. Un posto per bambini e ragazzi. Si tocca la terra. Si pianta, si osserva, si impara a nominare foglie e insetti. Si sta fuori, insieme. Non tutti i particolari sono pubblici in modo univoco, ma il senso è limpido: educazione ambientale, lentezza, relazione. Anche qui niente proclami. Arrivi, ascolti, torni diverso.
La serata di Rho, nel segno del Centenario CAI, mette in fila questi passaggi con una regia asciutta. L’alpinismo umano prende forma nella concretezza. Nelle pause fra un racconto e l’altro si sentono le scarpe sul ghiaccio, poi il fruscio di una pagina, poi il ronzio di un neon. È teatro, sì. Ma è anche una mappa per chi cerca direzioni.
Alla fine non c’è morale. C’è una proposta tacita: provare a guardare da una mongolfiera che non si allontana mai troppo. Scegliere una cima che resti aperta agli altri. Tu, adesso, quale sarebbe il tuo quindicesimo ottomila?




