Un giorno di marzo che rallenta il passo, ci chiede silenzio, e mette in fila i nomi: è lì che una comunità si riconosce, nel ricordo che non fa rumore ma illumina la strada di casa.
Il 18 marzo non è una data qualunque. È una pausa scelta. Un tempo comune che invita al raccoglimento. In molte città le bandiere a mezz’asta parlano al posto nostro. Le scuole fermano la corsa. Le piazze ritrovano un centro. In questa ricorrenza, la quinta Giornata nazionale in memoria delle vittime del coronavirus, ci guardiamo negli occhi senza dire troppo. Capisco quel bisogno. Anch’io, in quei mesi, ho imparato che il rumore non consola.
La Giornata, istituita per legge nel 2021, tiene insieme ciò che abbiamo vissuto e ciò che vogliamo ancora difendere. Non è un rito di calendario. È una promessa civile. È un invito a non archiviare il dolore in un cassetto, ma a dargli una forma condivisa.
Perché il 18 marzo conta
C’è un’immagine che non se ne va: i camion militari a Bergamo, la notte. Lì abbiamo capito che la storia stava cambiando. Da allora il Paese ha contato oltre 190 mila vite perdute per Covid-19. Non sono cifre in astratto. Sono famiglie, lavori, tavoli rimasti con una sedia vuota. In quei numeri ci sono anche centinaia di operatori sanitari caduti in corsia. L’elenco non è completo nella memoria di tutti, ma la sostanza sì: la perdita ha inciso.
Oggi il 18 marzo mette ordine. Ricorda i giorni che ci hanno separati, e le invenzioni che ci hanno tenuti insieme: le telefonate lunghe, i balconi, la spesa lasciata sul pianerottolo per chi non poteva uscire. A Bergamo, nel Bosco della Memoria, gli alberi crescono e cambiano stagione. In molte città, targhe discrete segnano i parchi. Sono luoghi semplici, utili. Invogliano a fermarsi un istante.
Ed è qui che il senso si sposta. La memoria non basta se resta ferma. Il centro di questa giornata arriva a metà del percorso, quando capiamo che il ricordo diventa impegno. Significa più sanità territoriale. Significa vicinanza a chi ha perso un familiare in solitudine. Significa attenzione a chi convive con long Covid e non trova parole brevi per spiegarsi. Significa esercizi veri di preparazione civile, perché il “mai più” non sia retorica.
Riti, gesti e impegni di oggi
I Comuni possono fare molto. Una lettura pubblica dei nomi. Un minuto di silenzio nelle aule consiliari. Un albero per ogni quartiere. Sportelli per l’elaborazione del lutto, con professionisti. Giornate di informazione su prevenzione e salute. Esercitazioni di protezione civile nelle scuole. Non servono grandi palchi. Serve continuità.
Noi, a casa, possiamo tenere il filo. Una candela alla finestra. Una visita a chi non esce volentieri da allora. Una donazione a un reparto. Una foto posata sul mobile e una storia raccontata ai più giovani. Ricordo una signora del mio condominio. Lasciava un biglietto in ascensore: “Se hai bisogno, bussa alla porta 3B”. Era poco, era tutto. In gesti così la comunità si ricuce.
Il 18 marzo non chiede applausi. Chiede di ascoltare la nostra voce quando si fa bassa. Forse basta andare in un parco, sedersi dove arriva il sole di fine inverno e dire un nome sottovoce. Da lì, alzarsi e fare il primo passo utile. Quale sarà, per te, quel passo?




