Home Cinema Milano e il cinema. Cento anni di ciak all’ombra della madonnina

Milano e il cinema. Cento anni di ciak all’ombra della madonnina

Palazzo Morando | Costume Moda Immagine, via sant’Andrea 6. Fino al 10 febbraio 2019. Orari: martedì-domenica: 10-20, giovedì fino alle 22.30.Biglietti: intero € 12, ridotto € 10.

Quante volte, guardando un film ambientato a Milano, ci siamo emozionati riconoscendo scorci della città ai quali ci legano eventi, ricordi, persone care. Li osserviamo con stupore e meraviglia, come visioni rare e infrequenti nella cinematografia italiana. Eppure, nonostante la sua discrezione e il suo proverbiale pudore anche davanti alla macchina da presa, Milano è stata la culla del cinema: l’industria del grande schermo è nata sotto la Madonnina alla fine dell’Ottocento, ha raccontato l’evoluzione della metropoli attraverso pellicole di culto e da Oscar, e ancora oggi continua a prosperare all’ombra dei grattacieli.

Quella tra Milano e la settima arte è una storia lunga un secolo, il primo a essere raccontato attraverso le immagini in movimento. La ripercorre a Palazzo Morando, fino al prossimo 10 febbraio, una mostra curata da Stefano Galli e promossa dal Comune di Milano con il patrocinio della Regione Lombardia nell’ambito delle iniziative per celebrare il Novecento italiano.

Fotografie, manifesti, locandine, contributi video e memorabilia ci guidano, come una macchina del tempo, attraverso le strade e le piazze rese celebri dalle scene interpretate da attori straordinari sotto la direzione dei più grandi registi italiani a partire da Vittorio De Sica, Luchino Visconti, Ermanno Olmi.

A Turro la prima Cinecittà

Ciak, si gira. Le prime immagini della mostra ci portano indietro di oltre cento anni, catapultandoci nel 1909 in viale Monza, zona Turro, dove stanno sorgendo gli stabilimenti del più grande e attrezzato teatro di posa del mondo (220mila metri quadrati). Li ha fatti costruire l’intraprendente cineasta Luca Comerio, già coraggioso fotoreporter dei moti popolari repressi da Bava Beccaris nel 1898, poi ritrattista della Real Casa e infine fondatore della Comerio Films. L’industria del cinematografo, la nuova meraviglia tecnologica che ha affascinato i francesi, sta per decollare. Il mercato non manca: nel 1908 le sale cinematografiche meneghine sono già una settantina e i milanesi sono ben contenti di avere una piacevole alternativa agli spettacoli ormai ripetitivi proposti dai café concerto e dal varietà.

La partenza è pirotecnica, gli occhi del mondo sono puntati su Milano. L’Esposizione Universale del 1906 ha già proiettato la città sullo scenario internazionale. Innovazione, tecnologia e creatività spingono anche l’industria della celluloide. Si girano sempre più pellicole, si costruiscono nuove manifatture cinematografiche. Ma il momento magico dura poco. Negli Anni Trenta il regime fascista concentra le grandi produzioni negli studi romani di Cinecittà. Il capoluogo lombardo perde centralità nel settore della cinematografia, che a sua volta deve rinunciare a parte della sua libertà e creatività.

Dai “Grandi magazzini” al neorealismo

Ciononostante, le produzioni non si fermano. “Il cinema milanese, declinato in tanti generi e portato nelle sale da attori e attrici indimenticabili, continua ad attraversare i decenni con una vitalità eccezionale, forse dovuta proprio all’assenza di soverchie strutture centralizzate e alla pluralità delle produzioni”, è la tesi del Sindaco Giuseppe Sala.

Eccoci allora nei padiglioni in bianco e nero della Fiera Campionaria. Corre l’anno 1932 e un ventunenne Vittorio De Sica sta interpretando Gli uomini che mascalzoni di Mario Camerini, che lo dirigerà anche sette anni anni più tardi nei Grandi magazzini, quasi interamente realizzato negli eleganti reparti della Rinascente. La commedia sofisticata di Camerini è già oltre il cinema dei telefoni bianchi, popolato di contesse e uomini in smoking: le sue pellicole infatti rispecchiano i tempi mettendo in scena un mondo reale fatto di autisti, commesse, impiegati. La strada verso il neorealismo, di cui il Camerini è considerato anticipatore, è spianata.

Gli anni d’oro della cinematografia milanese

Dopo la guerra la cinematografia milanese si prepara a vivere il suo periodo d’oro: tra gli anni Cinquanta e Sessanta diviene set di innumerevoli pellicole che cercano di cogliere l’incanto e le contraddizioni di una metropoli in vertiginosa crescita. Scorrono davanti ai nostri occhi le vedute di piazza Trento, Naviglio Grande, Idroscalo e piazza della Scala, dove nel 1950 Michelangelo Antonioni ambienta il suo Cronaca di un amore con Massimo Girotti e Lucia Bosè. Accanto ci sono i prati di Lambrate a cavallo della massicciata ferroviaria: qui nel 1951 De Sica gira il visionario e poetico Miracolo a Milano, confermandosi maestro del neorealismo tre anni dopo Ladri di biciclette.

Totò e Peppino, scene cult

La mostra scorre veloce, come una pellicola. Di foto in foto, di locandina in locandina. È tuttavia d’obbligo fermarsi un momento nel salottino-cinema dedicato a Totò e Peppino per rivedere le scene cult del film che per primo e forse più di ogni altro ha portato la nostra città nell’immaginario collettivo, e che a ragione è stato scelto come l’emblema della mostra: il capolavoro di Camillo Mastrocinque, Totò, Peppino e la malafemmina del 1956, di cui sono riproposti in video il memorabile arrivo degli impellicciati fratelli Caponi alla Stazione Centrale e il loro folgorante scambio di battute con il ghisa in piazza Duomo.

La città vista da Sud

Milano in questi decenni è esuberante, caotica, ricca. È la meta di chi sogna una vita migliore. La macchina da presa cattura il fenomeno dell’immigrazione sotto diverse angolature. Racconta di chi “sale” a Milano in cerca di lavoro e integrazione ma anche di facili guadagni, come lo sgangherato gruppo di criminali dell’Audace colpo dei soliti ignoti del 1959 in cui Nanny Loy mette insieme mattatori dalle straordinarie doti espressive: ecco Er pantera Vittorio Gassman mentre prova una scena davanti al tunnel della Stazione Centrale e quando nel film attraversa una desolata via Molino delle Armi, riconoscibile solo per la basilica di san Lorenzo sullo sfondo. Poi c’è Capannelle Carlo Pisacane appostato nei pressi del Castello Sforzesco, e infine la banda al completo che si muove maldestra e furtiva, col favore del buio, sotto i portici di piazza Duomo.

Stesso palcoscenico, un anno dopo. Luchino Visconti racconta l’immigrazione a tinte forti e drammatiche girando Rocco e i suoi fratelli con un cast eccezionale. Sul tetto della cattedrale vengono scattate alcune foto di un giovane Rocco Alain Delon in una pausa delle riprese, molte delle quali si svolgono anche nella palestra di via Bellezza, dove si allena il fratello Simone Renato Salvatori. Bloccate, invece, le inquadrature all’Idroscalo: il presidente della Provincia di allora, il democristiano Casati, fa sospendere la lavorazione di un’opera definita “non molto morale e denigratoria”.

In mezzo, tra comicità, dolore e censura, si pongono Eduardo De Filippo e Mario Landi, che con i contemporanei Napoletani a Milano e Siamo tutti milanesi (1953) fotografano con ironia una città apparentemente fredda ma in realtà capace di accogliere e integrare i forestieri.

Dal cinema alla pubblicità

Sono gli anni in cui il capoluogo lombardo riprende il proprio primato produttivo sviluppando nuovi filoni cinematografici, come quello della réclame, la cui massima espressione è Carosello. La Linea di Cavandoli per le pentole Lagostina e il Calimero di Pagot per il detersivo Mira Lanza, riportano i visitatori agli albori della pubblicità sotto l’occhio vigile di Ernesto Calindri che soltanto nella trafficata e caotica Milano, alla fine degli anni Sessanta, poteva magnificare i benefici di un liquore capace di combattere “il logorio della vita moderna”.

Il boom e la vita agra

Riecco i Navigli, allora luogo di periferia e vecchie botteghe, nelle riprese del Premio Oscar Ieri oggi e domani di De Sica con la magnifica coppia Mastroianni-Loren in automobile nel 1963, per le strade di una Milano già in pieno boom, con i suoi scorci sospesi tra speranza e amarezza, tra illusione e disinganno, come i sentimenti dei protagonisti disorientati dalle contraddizioni della modernità: Ugo Tognazzi si stringe nel cappotto percorrendo un grigio viale Vittorio Veneto nella Vita agra di Carlo Lizzani del 1964, mentre Cesarino Water Chiari, in una delle sue più grandi interpretazioni, aggiusta l’insegna del cinema di periferia in via Clitumno, nella Milano notturna e nebbiosa de La rimpatriata di Damiano Damiani (1963).

Il lavoro, la fabbrica, l’alienazione, l’angoscia – degli operai ma anche degli intellettuali borghesi – entrano a pieno titolo anche ne Il posto di Ermanno Olmi (ancora ragazzo negli scatti in corso Magenta insieme ai protagonisti, gli attori non professionisti Sandro Panseri e Loredana Detto) e ne La notte di Michelangelo Antonioni, che immortalano la durezza della metropoli frenetica cogliendo il disagio e la solitudine. Temi ripresi e sviluppati nel decennio seguente dalle pellicole che affrontano il conflitto sociale e le proteste operaie, di cui Milano, con le sue grandi industrie, è ancora una volta l’ambientazione più credibile.

Dai “poliziotteschi” al cumenda

Altri registi catturano le atmosfere cittadine degli anni 70, quando il cinema oscilla tra il clima cupo di un’epoca segnata dalla contestazione e dal terrorismo (colpiscono i cadaveri sparpagliati in piazza Duse e piazza Piemonte ne I cannibali di Liliana Cavani, 1968) e il filone “poliziottesco” di Milano trema e Milano Calibro 9, da cui sono tratte le scene di un rocambolesco inseguimento tra i Navigli e le Varesine, dalle vasche della piscina Argelati alle giostre del Luna Park, che ci riportano in una città già a colori ma molto lontana da quella contemporanea.

Il resto è storia di ieri. Milano assomiglia sempre di più a quella che vediamo ogni giorno. Siamo negli anni Ottanta, quelli delle commedie da botteghino con gli eredi del cabaret di Jannacci, trasferiti dal Derby al grande schermo dai fratelli Vanzina: Renato Pozzetto con il Ragazzo di campagna (1984) e Diego Abatantuono con la figura del terrunciello (Eccezzziunale veramente del 1982), ma anche Guido Nicheli con il suo cumenda, reinterpretano tra il surreale e lo sguaiato la “Milano da bere”, che in seguito diventa la dimensione da cui fuggire alla ricerca di un altrove nei lungometraggi di Gabriele Salvatores (Kamikazen e Marrakech Express, 1987 e 1989). Nell’ultima sala Aldo, Giovanni e Giacomo salutano il visitatore strizzando l’occhio da piazza Cinque Giornate e piazza Mercanti, dove sono allestiti i set di Chiedimi se sono felice. È il 2000 ma la Milano di Massimo Venier è sostanzialmente quella di oggi.

Tremila film sotto la Madonnina

Se l’Esposizione Universale del 1906 ha portato la Milano del cinema nel mondo, dopo l’Expo 2015 è il mondo del cinema a venire a Milano: grazie anche alla trasformazione urbana della città, che offre ancora oggi gli scorci più avveniristici e l’anima più innovativa, le produzioni sono aumentate, soprattutto quelle straniere. “Negli ultimi sei anni i film e le serie in ogni lingua girati nella nostra città sono stati più di tremila – spiega il Sindaco Sala. – Dal 2016 le produzioni sono triplicate e le provenienze geografiche hanno raggiunto i cinque continenti”. Il pioniere dell’industria cinematografica italiana, il milanese Luca Fortunato Comerio, nato in via Volta nel 1878, aveva visto lontano.