Home Politica Fontana rischia il rinvio a giudizio nell’inchiesta sui camici

Fontana rischia il rinvio a giudizio nell’inchiesta sui camici

Fontana

La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per le cinque persone, tra le quali spicca il nome del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, oggetto di indagine per la fornitura di camici al personale sanitario, in piena pandemia, nel 2020.

Gli altri indagati sono Andrea Dini, titolare dell’azienda Dama Spa che forniva i camici nonché cognato di Fontana, Filippo Bongiovanni, il direttore generale di Aria, la centrale acquisti della Regione, Carmen Schweigl che era il direttore acquisti, sempre di Aria e Pier Attilio Superti, vicario del segretario generale.
La Procura di Milano aveva chiuso le indagini sulla vicenda lo scorso agosto.

Secondo i titolari dell’inchiesta – i pm Luigi Furno, Paolo Filippini e Carlo Scalas – il capo di accusa è frode in pubbliche forniture mentre si è decisa l’archiviazione per l’ipotesi di turbativa d’asta dal momento che l’operazione di fornitura non è stata considerata un appalto.
La vicenda ruotava intorno alla commessa per una ingente partita di camici, da destinare agli ospedali lombardi, da parte della Dama Spa per un valore complessivo di 513mila euro. Rispetto alla quantità iniziale pattuita, la consegna effettiva era stata ben al di sotto dei numeri concordati in precedenza tanto che da commessa, la fornitura era stata fatta passare come una donazione.

Nel documento di chiusura delle indagini, si fa cenno a un “accordo collusivo” tra Dini e Fontana “con il quale si anteponevano all’interesse pubblico, l’interesse e la convenienza personali del Presidente di Regione Lombardia”. La frode veniva così messa in atto “allo scopo di tutelare l’immagine politica del Presidente della Regione Lombardia Fontana, una volta emerso il conflitto di interessi derivante dai rapporti di parentela”.
Dini, sempre secondo i magistrati, avrebbe quindi tentato di rivendere i camici residui nel tentativo di rientrare della spesa per la mancata commessa integrale e in questa direzione si collocherebbe anche il bonifico da 250mila euro fatto da Fontana a suo favore a partire da un suo conto svizzero.

Questa operazione, è poi diventata oggetto di un secondo filone di indagine, tutt’ora aperto, con l’ipotesi di reato di autoriciclaggio e false dichiarazioni, sempre a carico di Fontana. All’epoca del bonifico, infatti, arrivò la segnalazione di operazione sospetta da parte di Banca d’Italia e questo fece partire una serie di controlli sull’operazione di voluntary disclosure, effettuata, anni prima, da Fontana per il rientro di alcuni capitali detenuti all’estero.