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Scoperta la mutazione italiana del coronavirus

long covid

Nel nostro paese una variante del covid con una mutazione in ben due punti della proteina Spike, quella che permette al virus di agganciare le cellule per poi riprodursi, circolava già dalla scorsa estate.

La scoperta è avvenuta a Brescia come ha riferito in esclusiva all’Adn Kronos salute Arnaldo Caruso, direttore del Laboratorio di microbiologia dell’Asst Spedali Civili nonché presidente della Società italiana di virologia e ordinario di Microbiologia e Microbiologia clinica all’università degli Studi di Brescia.

Il punto di partenza per questa scoperta, che è avvenuta in modo del tutto casuale e che di fatto anticipa quella recente sulla variante inglese del covid, è stata la situazione clinica di un paziente che si era ammalato lo scorso aprile. Nonostante la guarigione, i tamponi a cui veniva sottoposto continuavano a dare esito positivo mantenendo una carica virale elevata.

Così, di fronte a questo quadro clinico anomalo, nel mese di novembre l’equipe di Caruso ha deciso di analizzare la sequenza del virus presente nel paziente. L’esito è stato l’individuazione di due mutazioni in posizione 501 e 493 della proteina responsabile del contagio.
Quando poi si è deciso di estendere l’analisi anche a campioni prelevati nel mese di agosto, è arrivata la conferma che la mutazione esisteva già da allora.

Da un’ulteriore analisi temporale effettuata su questo virus da Massimo Ciccozzi, epidemiologo dell’università Campus BioMedico di Roma, è stato possibile accertare che la mutazione risaliva almeno al mese di luglio e che possa aver influenzato quella inglese scoperta solo di recente.
Per convalidare questa affermazione, però, serviranno ulteriori analisi sul genoma del virus.

La notizia della doppia mutazione del virus riporta in primo piano il dibattito sull’efficacia del vaccino già in distribuzione.
Ma su questo aspetto Caruso si è sentito di rassicurare: “[…] Il vaccino genera una risposta complessa verso tante aree della proteina Spike.
Anche se vi fossero alcuni anticorpi non in grado di riconoscere una zona mutata come quella in posizione 501 o 493, ce ne sarebbero sicuramente altri in grado di legarsi a porzioni non mutate della proteina.
Il loro legame sarebbe sufficiente a impedire l’interazione tra Spike e recettore cellulare […]”.

A partire da questa scoperta, dunque, saranno condotti altri studi per capire la risposta immunitaria al virus prima e dopo la mutazione per poi passare a valutare la risposta dei pazienti vaccinati al virus mutato.