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Coronavirus: una nuova terapia che riduce la mortalità

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Un gruppo di medici-ricercatori del Policlinico San Marco di Zingonia, in provincia di Bergamo, ha studiato gli effetti di una nuova combinazione terapeutica che riduce del 70% la mortalità dei malati di coronavirus.
I risultati di questo lavoro sono stati pubblicati sulla rivista Leukemia.

L’attività di ricerca si è concentrata su un gruppo di 75 pazienti con gravi forme di polmonite ricoverati la scorsa primavera.
Di questi, 32 sono stati trattati con un ciclo di 10 giorni a base di ruxolitinib a basso dosaggio associato a cortisone, mentre i restanti 43 sono stati trattati con antivirali e cortisone secondo la terapia suggerita dal protocollo base di cura.
Nel primo gruppo è stato riscontrato che la mortalità si è abbassata del 70% così come è stata osservata una riduzione dell’attività infiammatoria.

Per il ruxolitinib si è trattato di un impiego “off-label” ovvero per la cura di patologie diverse rispetto al suo uso abituale. Questo farmaco, di solito, è usato per la cura di una disfunzione del sistema immunitario nei neonati e nei bambini piccoli.
Il cambio di utilizzo di un farmaco è una modalità già usata in diversi momenti della pandemia da coronavirus. In questo caso, comunque, l’ipotesi era prima passata al vaglio del Comitato etico unico nazionale e dell’Aifa, l’agenzia del farmaco.
Un altro dato interessante di questo studio è stata poi la rapidità di somministrazione nei pazienti subito dopo il ricovero e prima che si determinasse un danno polmonare e vascolare importante.

Andrea D’Alessio, responsabile dell’Unità di Medicina interna e Oncologia della struttura del Gruppo San Donato, tra i principali autori del lavoro, ha spiegato: “E’ sempre bene ricordare che l’infezione da Sars-CoV-2 è una patologia che riguarda l’intero organismo, sostenuta da una reazione immunitaria abnorme, non regolata, in cui il sistema immunitario produce una quantità enorme di mediatori infiammatori, le citochine.
L’esperienza acquisita nella gestione di ruxolitinib durante la prima ondata della pandemia ci permette oggi di avere un’arma in più per curare i nostri pazienti. Diversi studi internazionali sono attualmente in corso al fine di confermare i dati”.