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Coronavirus: la genetica spiega il perché di alcune forme gravi

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La rivista scientifica “Science” ha pubblicato due studi in cui la genetica spiega il perché delle forme più gravi di infezione da coronavirus, indipendentemente dall’età dei soggetti colpiti.

Lo studio ha visto la partecipazione del Consorzio internazionale di genetica Covidhge, del Laboratorio di Genetica Medica dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata diretto da Giuseppe Novelli e la collaborazione dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.

I ricercatori hanno esaminato circa 700 pazienti con manifestazioni gravi della malattia per rilevare che nel 3 – 4% dei casi i degenti avevano un difetto genetico nella produzione di particolari proteine – chiamate interferoni di tipo I – che aiutano a regolare l’attività del sistema immunitario con funzioni antivirali.

Per il 10 – 11% dei casi, invece, a favorire forme gravi di malattia erano stati anticorpi auto immuni che indebolivano l’organismo attaccandolo dall’interno.

Nel caso degli interferoni, la mutazione riguardava 13 geni la cui azione era stata già studiata nella reazione all’infezione di una normale influenza. Questa scoperta comporta un risvolto di ordine pratico nell’approccio alla terapia. Esistono, infatti, farmaci noti da tempo che possono correggere questo difetto e che sono quindi utilizzabili anche se per periodi di cura limitati.

Nel caso di anticorpi auto-immuni, invece, si è capito che questi pazienti rispondono bene alle cure a base di plasma di pazienti guariti dall’infezione.

Questi due studi hanno quindi indotto i ricercatori dell’Irccs ospedale San Raffaele di Milano a far partire uno studio mirato sugli interferoni. Come ha spiegato Fabio Ciceri, vicedirettore scientifico dell’ospedale milanese: “I due studi si rafforzano a vicenda e suggeriscono che intervenire per ristabilire le corrette quantità di interferone I nelle fasi iniziali dell’infezione potrebbe essere efficace contro le forme più severe di Covid-19, almeno in un gruppo selezionato di pazienti. Ed è proprio in questa direzione che va uno studio clinico in partenza presso il nostro ospedale che testerà la somministrazione di interferone beta, un tipo di interferone I solitamente usato per la Sclerosi Multipla o forme croniche di epatite, nei pazienti Covid-19 gravi”.