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Coronavirus: come si comporta la carica virale su bambini e ragazzi

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Uno studio scientifico appena pubblicato sulla rivista ‘Journal of Infection’ ha analizzato il comportamento della carica virale del coronavirus nei bambini e nei ragazzi.

La ricerca è stata firmata da Enzo Grossi e Vittorio Terruzzi, rispettivamente direttore scientifico e direttore sanitario di Villa Santa Maria, il Centro multiservizi di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza con sede a Tavernerio, in provincia di Como.
Allo studio ha collaborato anche il Centro diagnostico italiano – Cdi- di Milano con i suoi autori Lucy Costantino e Fulvio Ferrara.

Il lavoro ha avuto come oggetto l’analisi di un campione di 52 tra bambini e ragazzi di età compresa tra 6 e 18 anni ospiti dell’istituto di riabilitazione Villa Santa Maria del Cdi in un periodo compreso tra il 27 aprile e il 4 luglio. Gli ospiti sono stati sottoposti a tampone più volte nel corso di una settimana.
L’esito del test ha evidenziato 30 soggetti positivi di cui 25 maschi e 5 femmine con un’età media di 14 anni. Alcuni erano sintomatici, altri senza alcun segno dell’infezione.
Su questi tamponi, l’analisi si è concentrata sulla carica virale ed è emerso che:
– chi ha sintomi Covid ha, in media, una carica virale più elevata rispetto agli asintomatici;
– chi ha una carica virale più elevata elimina il virus in un tempo superiore;
– la carica virale iniziale dei maschi era significativamente più alta di quella delle femmine.
Un altro dato interessante è che i livelli di questa carica virale oscillavano di molto prima di raggiungere la soglia per dichiarare il tampone negativo. Nel caso di un bambino di 9 anni affetto da autismo, per esempio, la positività del tampone si è mantenuta per circa 3 mesi e con una carica virale alta.

Lo studio, in buona sostanza, ha evidenziato che l’esame del tampone dovrebbe analizzare la carica virale e non limitarsi a stabilire se un soggetto ha o meno l’infezione in atto. Altrimenti un soggetto trovato positivo e che deve, per questo, rimanere in isolamento, rischia di restarci per un lungo periodo.
La conclusione di uno degli autori, Enzo Grossi è quindi stata: “Un attento monitoraggio con test ripetuti a intervalli regolari dei valori della carica virale è importante per stabilire la durata dell’infettività. Sarebbe opportuno, quindi, che i laboratori nel definire un tampone positivo quantificassero la carica virale, come si fa con i comuni esami di laboratorio per la glicemia e il colesterolo”.