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L’Approfondimento: il 1969, capitolo quinto

Se stiamo raccontando del 1969 non possiamo esimerci, di certo non lo vogliamo, di rapportarci al Festival di Woodstock. Tutt’altro, siamo felicissimi di ripercorre quei giorni (dal 15 al 18 Agosto) di grande musica e dal pathos irripetibile.

Oggi, cinquant’anni dopo, si stanno moltiplicando, in tutto il mondo, le iniziative per celebrare quell’evento. Nonostante le voglie affaristiche di chi organizzerà le prossime manifestazioni (ve ne sono in cartellone già a centinaia) e ben sapendo che non sarà mai più come allora, farà senza dubbio piacere ripercorrere quei momenti. Sebbene i musicisti non saranno gli stessi e il repertorio neppure.

Quando nella Contea di Sullivan, a Sud Est di New York e precisamente nei pressi di Bethel, Max Yasgur, si sentì offrire 75.000 dollari per affittare i suoi 600 acri, non gli pareva vero di concedere a quel prezzo, per soli tre giorni e infischiandosene dei recalcitranti abitanti della zona, i quasi duemila e quattrocento metri quadrati da lui adibiti all’allevamento del bestiame. Neppure il mitico, John Chisum, proprietario di immensi territori e crudele affarista senza scrupoli nella Guerra dei Pascoli (subito dopo la Guerra Civile) avrebbe pensato ad un introito tanto corposo per un così breve periodo. Di Chiusun fece, in una pellicola del 1970, un eufemistico ritratto il regista Andrew McLaglen il cui protagonista non poteva che essere, John Wayne.

La proposta a Yasgur venne da un suo vicino, Elliot Talber, il quale si era accorto che la sua tenuta non avrebbe potuto contenere l’insieme del Festival.

Organizzarono Woodstock quattro giovani impresari che volevano fare soldi e non trascuravano la vena hippy del tempo.

I loro nomi: Michael Lang; John P. Roberts; Joel Rosenman e Artie Kornfeld.

Agirono sulla base di una previsione minimale di circa 50mila partecipanti. Nei tre giorni arrivarono invece cinquecentomila persone. A lungo furono bloccate le strade e le autostrade dello Stato.

Si poteva temere il peggio, sotto l’aspetto dell’ordine pubblico. Le maggiori testate nazionali: radio, televisione e carta stampata inviarono giornalisti per coprire l’evento raccomandando di mettere in evidenza i disordini che (a parer loro e con malcelata speranza) sarebbero di certo scoppiati.

Non successe nulla di tutto ciò.

I cronisti si limitarono a riferire, facendo imbestialire i capo redattori, del clima festoso, di pace e d’amore che quella moltitudine di giovani stavano esprimendo.

Ma veniamo all’aspetto più importante: La Musica.

Cercando di mantenere un minimo di logica, gli organizzatori pensarono di suddividere per generi le giornate a disposizione. Per primi avrebbero suonato i folk singer. Ben presto si accorsero che non era possibile mantenere una rigidità nella successione sul palco. L’accavallarsi delle band, i tempi di cambio palco (pur dotato di una larga superficie) gli anticipi e i ritardi di questo o quel gruppo mandarono all’aria molte scalette.

Anche scrivendo questo pezzo non intendiamo ad attardarci nell’elenco di tutte le band e di tutti i cantanti. Ci limiteremo a saltare qua e la, cogliendo quello che più infiammò la nostra fantasia stando molto lontani da Bethel e da questa parte dell’Oceano.

Il primo ad esibirsi a Woodstock fu il chitarrista afro-americano Richie Havens. Concluse la propria scaletta con una versione di Freedom. L’impatto fu sensazionale, il pubblico esplose.

Non tutti i cantanti folck confezionarono un set completo. Molti eseguirono solo due canzoni. Uno di loro, Tim Hardin, fece cantare tutti i 500mila con un solo brano: If I Were a Carpenter. Ne fu confezionata una cover dai Dik Dik intitolata Se io fossi un falegname.

Nonostante i contrattempi e i disagi la maggioranza degli artisti fu collaborativa. I Grateful Dead di Gerry Garcia suonarono con la presa a terra che faceva massa e più volte subirono le scosse elettriche toccando le chitarre. Ciononostante la performance è rimasta nella storia.

Clamoroso esempio per coincidenze e significato della canzone fu quando, a forza, fu mandato sul palco, John Sebastian. Si era esibito poco prima ma bisognava coprire un buco mentre alcune attrezzature erano in riparazione. Obtorto collo, Sebastian, cantò un unico brano: Darlin’ Be Home Soon. Un testo antimilitarista ma che bene si attagliava al suo personale momento. Infatti, John Sebastian non appena finito di cantare saltò giù dal palco e corse dalla moglie che stava partorendo: Caro Torna Presto a Casa, appunto.

Anche Joan Baez quando cantò a Woodstock era al suo sesto mese di gravidanza. Non concesse molto, del suo repertorio dylaniano, ma immaginatevi una signora che si accompagnava con una sola chitarra in grado di ottenere il silenzio da un pubblico cosi numeroso in una superficie altrettanto vasta. Uno spettacolo nello spettacolo.

La sua We Shall Overcome venne cantata da tutti i presenti, debitamente istruiti da Joan.

A proposito di Bob Dylan. In molti si chiesero il perché, pur abitando a pochi chilometri da Bethel, non fosse tra gli artisti sul palco. C’è da dire: da tempo la sua casa veniva circondata da hippies e cercatori di memorabilie. Alcuni di loro avevano, senza permesso, piantato una tenda nel suo giardino. Altri salivano pure sul tetto della casa. Dylan aveva perfino chiesto allo sceriffo di poter usare la pistola che aveva comprato per difendersi dall’invasione dei fans. L’aumento della folla, verso la quale Dylan manteneva una paura viscerale, mandò a monte una trattativa che pure era stata avviata.

Sabato 16 Agosto a Woodstock ci fu il trionfo dell’elettrico. Si esibirono: Santana; Canned Heat; Mountain; Credence Clearwater Revival; Sly and Family Stone. Inoltre ci furono i Jefferson Airplane, gli Who e Janis Joplin.

L’esibizione della giovane cantante texana fu punteggiata da perle (lei veniva soprannominata, Pearl) quali Ball of Chain e Piece of Mya Heart.

Gli Who ebbero un incidente, proprio mentre suonavano la loro hit, My Generation, con un invasore di palco.

Fu subito sedato da un colpo ben assestato di Pete Townshend, il leader del gruppo britannico.

Fu uno dei pochi casi in cui dal pubblico vennero problemi. Vi dicevamo della preoccupazione delle autorità locali. Tutto si svolse nella massima tranquillità e (semmai) i disagi per la gente venivano dalla scarsa organizzazione nei servizi igenici e nella difficoltà per accedere ai servizi medici. Si registrarono due casi di decesso. Entrambi non imputabili a risse o scontri che mai si verificarono. Uno, forse dovuto a overdose di eroina. L’altro fu la morte di un giovane investito da un trattore che transitava nei campi vicini al Festival.

Il terzo giorno, se mai fosse stato possibile, il livello qualitativo della musica salì ancora.

Prendiamo solo un pugno di artisti: Joe Cocker; Crosby-Stills- Nash and Young e Jimi Hendrix.

Joe Cocker vinse addirittura la battaglia con un forte temporale, riuscendo a finire il proprio spettacolo con una favolosa I Shall Be Realased e un’esplosiva With The Little Help From My Friends.

Jimi Hendrix, voleva suonare per ultimo. Tutte le prime donne lo vogliono e lui fu accontentato. A causa dei continui slittamenti nel programma, suonò nella prima mattinata di lunedì quando in molti stavano tornando a casa. Hendrix comunque paralizzo il pubblico rendendo epico perfino l’inno nazionale americano suonato dalla sua stridente chitarra. L’ultimo brano fu una interminabile Hey Joe punteggiata da continui assoli.

Chiudiamo questo ricordo con: Crosby-Stills-Nash and Young. Loro non hanno suonato per ultimi ma sono stati dei grandi protagonisti a Woodstock. Un vero supergruppo. David Crosby fu uno dei fondatori dei Byrds; Steven Stills e Neil Young venivano dai Buffalo Springfield, Graham Nash dagli inglesi The Hollies.

Il loro concerto, metà elettrico e metà acustico, imprigionò gli spettatori in una magia mai vista prima d’allora. L’armonia delle voci e la musica sembravano dolci tagliole che tenevano stretto il pubblico. CSN&Y non tradirono la pacifica atmosfera del Festival. Ne tradussero il messaggio di gioia e di pace tra tutte le persone. La loro Find The Cost of Freedom ne fu il manifesto definitivo.

Tutto ciò è stato possibile, al Festival di Woodstock, nel 1969.