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Sentieri di Celluloide : Miracolo a Milano

Sentieri di Celluloide

 – Milano nel cinema –

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“MIRACOLO A MILANO”

"Rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso nella piccola cronaca"

(Vittorio De Sica)

Nella Milano del dopoguerra, in fondo a viale Argonne, verso l’Ortica, quartiere periferico nei pressi della stazione ferroviaria di Lambrate, esistevano delle baracche chiamate dai milanesi : ‘Cà de toll’ (case di lamiera), rifugio dei poveri più poveri.

Un vero e proprio villaggio con una urbanistica precisa, in cui i baraccamenti convivevano con campi coltivati e piccoli orti. Un microcosmo popolato da sfollati rimasti senza tetto a causa dei bombardamenti, emigrati da altre zone della provincia, coppie irregolari, delinquenti di bassa leva, prostitute di infimo livello, disturbati psichici ed alcuni invalidi.

In quella periferia, nel dicembre 1948, in piena nebbia, si recarono Vittorio De Sica e l’amico sceneggiatore Cesare Zavattini, in cerca di un luogo ideale per ambientare quello che sarebbe diventato uno dei titoli cinematografici più celebri del neorealismo italiano e della storia del cinema : “Miracolo a Milano”.

“Ci basta una capanna per vivere e dormir, ci basta un pò di terra per vivere e morir. Dateci un pò di scarpe, le calze e anche il pan. A queste condizioni crediamo nel doman”.
(Cesare Zavattini)

C’era una volta a Milano una signora molto buona, si chiamava Lolotta e aveva quasi ottant’anni.

Una mattina trovò nel suo orticello, sotto a un cavolo, un bambino appena nato e lo chiamò Totò. Inizia così il romanzo “Totò il buono”, scritto da Cesare Zavattini, pubblicato nel 1943, una fiaba surreale che l’autore sceneggiò per portare sul grande schermo “Miracolo a Milano” diretto da Vittorio De Sica nel 1951.

Totò cresce sotto l’ala protettiva della dolce anziana, diventata sua mamma, fino al doloroso giorno della morte, accompagnandola in solitudine, dietro al modesto carro funebre trainato da un solo cavallo, percorrendo Via Melchiorre Gioia, prima della chiusura del naviglio della Martesana.

Affidato all’orfanotrofio di piazza Baiamonti, presso Porta Volta, ne uscirà solo al raggiungimento della maggiore età, trovandosi a girovagare per Milano, in cerca di un tetto ed un lavoro, camminando senza sosta per le vie del centro, tra via Dante e Piazza della Scala.

Troverà rifugio in un campo di barboni, sistemato nei campi vicino alla stazione di Lambrate, diventando amico di tutti. Lì conoscerà Edvige una coetanea di umili origini che si fa breccia nel suo cuore che ricambia i suoi sentimenti, mentre nella baraccopoli la vita scorre come in una piccola città, per caso viene scoperto che nel sottosuolo c’è il petrolio.

La notizia giunge all’orecchio del potente e ricchissimo industriale proprietario del terreno, che aveva promesso ai barboni di lasciarli vivere liberamente, ma ora preso da un insaziabile avidità lascia i suoi uffici di Piazza della Repubblica, scortato dalla polizia, con l’intenzione di scacciare gli abitanti del luogo.

Tra la confusione e i fumi dei gas lacrimogeni tutto sembra perduto, quando dal cielo appare un angelo con le sembianze della madre di Totò che gli dona una colomba capace di esaudire i suoi desideri avendo la meglio sugli  agenti di polizia.

Ma all’alba di un nuovo giorno il maligno industriale ritorna in forze nella baraccopoli, Totò non ha più la colomba magica, gli angeli sono riusciti a riprenderla e i barboni vengono caricati su dei carri blindati e destinati ad altro luogo.

Durante il tragitto, nei pressi di Piazza del Duomo Totò scorge nuovamente l’angelo di Lolotta che gli riporta la colomba, riuscendo a far fuggire tutti i suoi amici, affollando il sagrato della cattedrale ed impossessandosi delle scope dei netturbini che per magia si mettono in volo, cavalcate dai barboni con in testa Totò e l’amata Edvige.

Volano sempre più in alto, sorvolando le guglie del Duomo e la Madonnina testimone di un meraviglioso miracolo. L’allegra compagnia sparisce in un limpido cielo dove appare una scritta con calligrafia infantile:

“Verso un regno dove Buongiorno vuol dire veramente Buongiorno”

La scena finale del film è entrata nella leggenda della storia del cinema, un fiabesco decollo che ha ispirato Steven Spielberg per la fuga dei ragazzi sulle biciclette per salvare E.T.

Le riprese di “Miracolo a Milano”  furono effettuate tra il febbraio ed il giugno del 1950, con il titolo di lavorazione “I poveri disturbano” , titolo che De Sica cambiò in quello conosciuto in seguito alle numerosissime pressione dei politici e della ricca borghesia con a capo Giulio Andreotti, all’epoca sottosegretario alla cultura, che vedeva il Neorealismo un pessimo esempio nel rappresentare l’Italia all’estero.

Il nome di Totò, protagonista del romanzo non è casuale, nasce dall’amicizia di Cesare Zavattini e Antonio De Curtis, in arte Totò, conosciuto sui palcoscenici del teatro di rivista.

Tra i due nacque l’idea di scrivere una fiaba ambientata tra la gente povera, gli umili più umili, con la speranza di vederla realizzata sul grande schermo interpretata dal comico napoletano, costretto a rinunciare al progetto per i molti impegni cinematografici divisi con gli spettacoli teatrali.

Il ruolo affidato al ventenne Francesco Golisano attore non professionista, dipendente delle poste, che dopo solo 9 film abbandonò il cinema per dedicarsi a vita privata.

La carriera cinematografica di Vittorio De sica, come attore, si lega a Milano fin da lontano 1932, quando Mario Camerini lo scrittura per interpretare la deliziosa commedia sentimentale in “Gli uomini, che mascalzoni…“, il primo film italiano girato in esterni tra Milano ed il Lago di Como.

Ma questa è un’altra storia…

“A ben Arrivederci”

Joe Denti