STRAMILANO : le ruote e i motori 1

Nella prima metà del XX secolo Milano fu una delle capitali mondiali dei mezzi su gomma e a motore. Ne ripercorriamo la storia con un viaggio immaginario attraverso la città. Prima parte.

Quando ci si trova immersi nel traffico milanese, quello implacabile, avvolgente, che non da scampo, in quelle sabbie mobili che restano immobili a lungo, la nostra auto, il mezzo sul quale ci troviamo, ci appare una gabbia senza via di scampo. Eppure proprio Milano, nella sua storia di città creativa, visionaria e industriale, ha avuto un lungo e fecondo rapporto con le ruote e i motori. I mezzi su gomma, i motori a scoppio, sono stati visti fin dalla loro comparsa come fenomeni di libertà e di progresso, di sviluppo culturale ed economico. Dall’inizio del ‘900 per decenni, ideare, produrre, vendere biciclette, auto, moto, motorini ma anche aerei ed elicotteri, è stata una delle attività più ricche e sorprendenti della città meneghina. I segni che questa avventura umana e meccanica ha lasciato nella città sono ancora visibili, se si ha voglia di cercarli e scoprirli. Proviamo a farlo con l’immaginazione…

 
Corso Sempione è una delle strade più imponenti tra quelle che raggiungono il cuore della città. Da piazza Firenze fino all’Arco della Pace, è un’arteria percorsa ogni giorno da migliaia di persone che entrano in città, ne escono, lavorano, si spostano. Immaginiamo di percorrerlo. Nel traffico di questo grande viale voluto da Napoleone sul modello dei boulevards parigini, si nasconde un dettaglio che ci riporta ai decenni in cui Milano era città, appunto, di ruote e motori.

Tra le traverse via Savonarola e via Poliziano, nel controviale all’altezza del numero 60, affissa sul muro di un grande stabile d’angolo, c’è una lapide con la raffigurazione di un’auto da corsa, e un’iscrizione che ricorda Alberto Ascari, il più grande pilota italiano di auto dopo Tazio Nuvolari.

Se ci avviciniamo all’iscrizione possiamo leggere:

In ricordo di Alberto Ascari grande e generoso pilota campione del mondo 1952 e 1953“.
Milano 1993

Nome avvolto nella leggenda, e dunque inevitabilmente dalla polvere del tempo, Alberto Ascari era un milanese che visse e morì per i motori, i motori scoppiettanti degli anni ’40 e ’50. Lo chiamavano Ciccio perché con quella stazza non è che sembrasse proprio un pilota, ma la realtà era che la velocità e la sfida ce li aveva nel sangue. Suo padre era stato pilota e da pilota era morto nel 1925, quando Alberto era ancora un bambino. Un bambino che sognava di correre come suo papà e per farlo scappa anche due volte da scuola.

Appena cresce un po’ compra una motocicletta. Ha 22 anni quando fa la sua prima gara, la Mille Miglia del 1940, su una Ferrari. Ma manca solo un mese e mezzo all’entrata in guerra dell’Italia. L’appuntamento con la gloria deve quindi essere rinviato di qualche anno.

Ascari fu al volante di Alfa, Maserati, Lancia, Ferrari, e vinse il titolo mondiale due volte, nel 1952 e nel 1953. Fu l’unico pilota al mondo che riuscì davvero a mettere in difficoltà il più grande di tutti, l’argentino Manuel Fangio. Enzo Ferrari disse di lui: “Quando guida è molto difficile superarlo. Anzi, è impossibile…”

Ripartiamo da corso Sempione sgommando sempre con l’immaginazione e arriviamo fino a svoltare in via Melzi D’Eril, costeggiamo il parco Sempione, sfiliamo in fianco all’Arena Civica e poi giù per i Bastioni di Porta Volta, fino ad arrivare in piazzale Baiamonti. Qui, da qualche parte, c’è nascosto un altro segno che testimonia quel periodo esaltante nel quale Milano era una delle protagoniste della nascita e dello sviluppo dell’automobile.
Con il Cimitero Monumentale alle spalle, in fondo a via Ceresio nel controviale di destra, subito all’inizio del piazzale, un’altra targa ci riporta a tempi leggendari per i motori a scoppio.

Infatti, quando Ciccio, cioè l’Ascari, è ancora un bambino che sogna di diventare un campione, sono già decenni che l’industria milanese dell’auto inventa, prospera, si afferma nel mondo. Si sa che gli imprenditori meneghini amano la loro città ma non conoscono confini quando si tratta di fare affari, sanno proiettarci a livello internazionale, vedere in grande. E quello che riescono a vedere nella loro testa, spesso dura e spesso geniale, lo riescono a realizzare. E se all’inizio del ‘900 sono due i marchi che fanno sognare gli appassionati di tutto il mondo, uno di questi porta un nome meneghino: Bugatti.

“Vi sta di fronte la casa dove nacque Ettore Bugatti (1881-1947) con le sue auto superbe costruì un mito.”
Comune di Milano, 1990

Ettore Bugatti le prime due auto se le costruisce praticamente da solo. E’ un ragazzo, ma con le idee chiare. Si fa aiutare dalla famiglia, cerca finanziatori che credano in lui. Mette insieme i soldi e fa un lavoro così buono che questa sua creatura, la Bugatti Gulinelli Type 2 vince il Gran Premio di Milano del 1901.

E’ bravo l’Ettore. Bravo sì, l’avranno pensato anche alla De Dietrich, secolare gruppo industriale tedesco che nota quell’impresa e gli offre un lavoro. E’ così che il giovane Bugatti parte per l’Alsazia, oggi regione francese ma allora tedesca. Lì lavora sodo, progetta, si da fare. Ed per questo che la sua fabbrica la costruirà da quelle parti, a Molsheim. Riuscendo ad affermarsi nel cuore industriale d’Europa producendo automobili che impressionano tutti: sono veloci e sono belle, molto belle.

In quell’inizio di secolo un altro nome italiano è simbolo di grandi automobili… ma questo lo vedremo nella prossima tappa di Stramilano!